Lei era Maya, di Spazio 1999

Detto questo, con Dagmara non ci fu nemmeno bisogno di parlare. Ci provammo a brevi tratti nell’attimo in cui i nostri corpi tra gli altri si tentarono. Mi avevano attirato di lei la grazia, l’asciuttezza delle membra e l’attaccatura dei capelli, che le incorniciava il viso disegnando un triangolo al centro della fronte e nascondendo le orecchie. Aveva una straordinaria somiglianza con Maya di Spazio 1999, una mutamorfa per la quale dieci anni prima avevo perduto la testa al punto da mettermi in competizione con Toni Verdeschi, il Vicecomandante della Base Alpha.

Non era semplice cercarci. Anche lì c’era un Verdeschi geloso che teneva la piccola Dagmara legata, ma lei era furba, mutevole e svelta come la bella aliena.

Tra di noi un’indagatrice somiglianza?

Nonostante in lei mi rispecchiassi, il mio inglese cadeva fesso davanti alla ragazza, che aveva studiato russo e tedesco. A gesti e con una parola – Morgen – ci demmo appuntamento dove ci trovammo, il mattino seguente come per un miracolo del desiderio. Non avevo idea allora del significato di “Morgen”, una parola buttata lì, nel fuoco di tiro dei nostri sguardi. Suppongo però che mi avesse indicato un’ora con le sue dita fragili. E se non fosse stato il mattino del giorno dopo, certamente sarei tornato alla stessa ora la sera.

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