Alfasud

 

Sesamo andava da poco in macchina. Era il primo ad avere fatto la patente. E se l’era cavata senza spendere i soldi della scuola guida. Scivolava su e giù per le vie meno frequentate della periferia di N. sotto lo sguardo fiducioso di suo padre. Aveva una splendida Alfasud beige. Assetto rigido. Quando partivamo per la provincia sapevamo dove parare: un bel giro in macchina, birra, patatine e poi di nuovo in macchina. Niente distrazioni, nessuna conoscenza: sgommate, cazzate, ghignate, freno a mano, testacoda, fuori strada, tutti a casa.

In fatto di macchine Sesamo la sapeva più lunga di tutti noi. L’Alfasud era l’unico mezzo di casa sua. Fino ad allora l’aveva guidata solo il padre. Un gioiellino di meccanica italiana in perfette condizioni. D’inverno si cambiavano le gomme: quelle da neve servivano perché erano una famiglia di alpinisti sciatori. Tutto come si deve, finché Sesamo non iniziò a darci dentro con l’acceleratore.

Le nostre corse finirono quando, una sera, ci perdemmo alla ricerca di un locale dal nome assurdo come tutti i locali notturni della provincia. Il Pink Devil. Si diceva che si suonava, c’era da bere una buona birra e le ragazze lì si lasciavano avvicinare, a differenza degli altri angoli perlustrati negli ultimi sabati vagabondi, dove le donne erano allergiche alle facce pane e latte come le nostre.

Doveva essere proprio un posto speciale, il Pink Devil, avvolto nelle nebbie arcaiche della risaia come il Castello di Morgana. Ci perdemmo in mille bave di strade. Più si avvicinava la mezzanotte, più Sesamo friggeva mettendo alla prova la sua mimetica alfa. Avanti e indietro.

“Ho visto un cartello”.

“Gira a destra”.

“Io dico a sinistra”.

“Ma se mi hanno detto che è a Gagliengo”.

“Magari sulla strada per Fara”.

Avanti e indietro. Tra l’indecisione generale, Sesamo spazientito gasa e decide di saltare la sosta in birreria per chiudere la serata tutti in macchina. Un’automezzo monacale. Niente fronzoli, niente radio. Solo il motore rombante dietro il cruscotto. Alla fine ci prendiamo tutti gusto. Sesamo non molla l’acceleratore a uno stop e tira dritto, convinto che nel buio nebbioso continui la strada.

Fu un attimo e prendemmo il volo. Nemmeno il tempo di dire attento allo stop. Oltre la statale si apriva uno stradino di campagna tra i fossi, sul quale planammo con il fiato in gola fino ad atterrare in una larga pozzanghera, dove il motore si spense fumando dopo la fatica. Riprendemmo tutti la voce insultando Sesamo, che ci guardò sorridendo e portandosi un dito sulle labbra ci chiese silenzio.

Si concentrò sull’alfa. Avvicinò il volto al volante. Girò cautamente la chiave nel cruscotto. Una, due e alla terza prova ripartì. Il silenzio era stato elettrico e aveva rassicurato il motore nel portare a termine la sua missione. Sesamo mise la retro e nessuno ebbe più nulla da dire.

Tornammo a casa senza sapore di birra sulle labbra e assonnati come se avessimo dovuto faticare per vivere tutta la settimana. Cosa che per degli studenti della Pianura Padana non sussisteva. Ma la paura, si sa, stanca…

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