Trascinato e cancellabile

Purché Arti si allontani: allora tutto sarà dimenticato, pensava Mari mentre lo zio si faceva sempre più vicino e minaccioso. Stava arrivando un temporale. Le nubi erano bianche. Un muro sospeso sopra gli alberi di Central Park. Il vento soffiava da lontano. Era forte. Non si capiva più su cosa i piedi poggiavano. L’asfalto si confondeva con la terra. Le foglie e i rami strappati dalle raffiche. Demi avrebbe voluto prendere Mari per le sottane. Attirarla a sé. Rinchiuderla tra le braccia. Correre con lei in Subway. “Incamminiamoci verso casa”. La mano lunga di Arti emanava un odore. Era più che un’impressione. Demi la scacciò. Una zaffata di fiori marci spirò da un cimitero. Si sentì di fuggire. Per paura s’era scordato del suo amore. E quando si voltò per cercarla Mari era scomparsa. Era bastata una mano puntata verso di lui, una mano stesa sulla tempesta. Mentre lei si aggrappava al lembo di un impermeabile per scansare la presa che l’avrebbe soffocata. China dietro un cespuglio non poteva chiamare l’amato fuggiasco. Lo zio era venuto a prenderla. Ancora una volta. L’ultima volta. A sud. Tra il blues e il caprifoglio. Quando Demi si risvegliò dall’incubo fu assalito dalle voci. Intorno al treno le persone si pigiavano per passare in massa attraverso le porte automatiche. Lui era con loro. Trascinato e cancellabile. Solo una spirale di vento per perdere Mari.

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