Eravamo un po’ come in un film muto

 

Il giorno dopo Dagmara gironzolava nell’atrio della scuola come una bambina che si finge distratta attendendo qualcuno per lei importante, sebbene la campanella della fine dell’intervallo sia suonata già da qualche minuto e il maestro, accortosi della sua assenza, sarebbe uscito adirato dall’aula per cercarla.

A vederla così, una gamba a riposo sospesa sulla punta, le stavo stavo già mettendo il mio grembiule delle elementari. La blusa nera abbottonata sul davanti, i jeans, la coda e gli occhi furbi che si erano accorti della mia presenza richiamavano in lei lo spirito di una donnola.

Ero in ritardo. Nella casa dove eravamo ospitati ci stavano trattando alla grande. Ospiti italiani e ungheresi arricchivano il proprio bagaglio culturale pasteggiando fra sorrisi, fette di salame e ricotte speziate. Li avevo piantati lì dopo essermi lavato i denti. Avevo fatto una corsa – dai tre scalini della villetta all’ingresso della scuola tra sale e ghiaccio – per trovarmela davanti.

Si volse e mi squadrò come una delle eurojapan di Occhi di Gatto, e non so come avesse potuto farlo essendo cresciuta oltre la cortina. In un paio di anni si era educata così bene all’estetica del capitale? Mi sa che ero io a vedere in lei quello che il disegnatore giapponese aveva tratteggiato nella mia testa… Lamù e via dicendo… eppure ancora oggi il ricordo mi sembra talmente vero da essere inaccettabile come sogno indotto…

Nel corridoio tiepido eravamo un po’ come in un film muto. Le smorfie delle emozioni. Gli ammiccamenti e le pose in colloquio. I fotogrammi della realtà scorrevano sulla sequenza dei neuroni specchianti, fino a definirsi nel buio di un pannello decorato da una greca in impercettibile trasformazione, che conteneva a tratti le stringhe di un dialogo.

“Dove sei stato? Ti stavo aspettando”.

“Non ho dormito tutta la notte pensando a questo momento, e alla fine sono arrivato in ritardo. Scusami”.

“Adesso però devo andare”.

“No, aspetta! Quando ci rivedremo?”.

“Questa sera. Nel piazzale”.

“Vorrei invitarti a cena”.

“Va bene”.

“Alle 8”.

“Alle 7”.

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