E se fossi a Buffalora?

 

Quella notte ha superato il tempo. E’ entrata nella dimensione ulteriore. Nel cuore dell’Europa vivente, oltre il recinto del cimitero in cui mi arrabatto. C’è un film, Dellamorte Dellamore, una fumettata che racconta di un becchino e del suo aiutante in lotta contro i morti viventi e i vampiri che albergano nel cimitero. Tra i cadaveri risorti lei appare bellissima. E feroce. Lui è disincantato e l’amico non ha più orrore. Arrivano al dunque e al becchino non resta che scappare. Ma uscito da Buffalora ferma il suo maggiolino. Scende e mette le scarpe sull’orlo della voragine. A questo punto la scena si apre. Sospesa nel vuoto non rimane che Buffalora, come qualcosa che non c’è se non nella fantasia di chi la sta vivendo.

E se fossi a Buffalora? Combatto contro i morti viventi. Ma forse mi sono già suicidato. C’è una voragine tra me e il resto del mondo. Mi sono fissato su questa storia dell’Italia. Al punto da non uscire mai dalla mia stanza.

Chiuso nella sfera che mi riflette, ricordo. E lì con me Dagmara, nel centro baluginante del cristallo, annaspa. Sembra un altro romanzo. Due servi giunti dalle estreme province dell’Impero dopo lustri di viaggio, quando l’Impero era già scomparso entrarono in città. Si conobbero sulla porta deserta e s’innamorarono. Piombati in ritardo nell’eco maestosa e dorata del trambusto di una capitale, abbandonarono la missione per cui avevano fatto tanta strada. Di fronte a un cameriere impeccabile come un conte nei gesti e nelle parole, si stavano chiedendo dov’erano arrivati. Il meridionale offrì una cena alla tavola dei ricchi, prima di fuggire verso la periferia con l’ultimo treno innevato. La ragazza dell’Est allargava lo sguardo sulle tovaglie candide, sui lampadari di vetro soffiato, sulle posate d’argento e sui bicchieri in filigrana. I loro occhi luccicavano. Erano prigionieri di un abbaglio, mentre si abbracciavano e si baciavano, apparsi all’improvviso come fantasmi di gioventù nelle pupille di due anziani.

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