Nel fuoco d’ombra

 

Avevo camminato per il tempo che mi separava dalla sera. Avevo percorso Buda strisciando i muri per evitare la neve e farmi venire la nausea con le sigarette al mentolo. Che idea idiota uscire a cena con una ragazza in questo posto dove tutti ti guardano come se fosse finita ieri la guerra e tu sei arrivato a fare il bello dal tuo rifugio antiatomico che ti ha mantenuto giovanile quasi inalterato.

Adesso, ripercorrendo gli anni, mi sembra di avere trascorso un lungo tempo a combattere con me stesso. Ho fatto di tutto per sconfiggere il pensiero comune italiano. Eppure ci ho vissuto e ne ho approfittato per crescere forte e ricco come sono stato. Avevo cominciato allora, a fare il ricco. E nemmeno lo sapevo. Il ricco romantico innamorato a prima vista con quattro lire in tasca, che per agevolare la situazione avevo cambiato in dollari dal primo bagarino di passaggio.

La vita mi avrebbe reso consapevole, a furia di capriole nei prati, caviglie storte e fucilate di sale grosso nel sedere.

Arrivai all’appuntamento un bel pezzo prima, diciamo verso le 6 e un quarto. Bighellonavo tra gli spazi innevati che velocemente si stavano gremendo di persone infreddolite in cerca di calore. Alle 7 la gente era molta e la piazza era grande. Gli scarponi calpestavano la neve rendendola candida. Era un fulgore di felicità, o di aspettative per essa. Mi è sempre sembrato imparziale slegare la felicità dall’attesa, l’Epifania dall’Avvento. Su questo punto non mi ha mai davvero convinto – voglio dire d’intuito – la filosofia di Leopardi. Per il resto nulla da eccepire, ma qui la questione non mi è mai stata chiara. I maggiori momenti di gioia sono al limite dell’esperienza, che vanifica il desiderio poiché determina delle sensazioni precise e misurabili. Tuttavia, non perché il desiderio è inappagato – e tale rimarrà – noi non siamo felici. La felicità è la tensione verso ciò che non conosciamo e di cui, in fondo, non vorremmo fare esperienza.

Dicevo, alle 7 la gente era molta e la piazza era grande. Anche noi camminavamo tra i molti. Sbirciando piccoli gruppi mi chiedevo come ci saremmo incontrati. Dopo un quarto d’ora che la cercavo, Dagmara mi venne incontro salutando le amiche. Sfuggimmo ai fari dei lampioni. Dall’alto aprivano coni di luce su di noi, come se intendessero segnalare la nostra presenza. Corpi estranei in viaggio. Troppo giovani per essere cancellati.

Entrammo nel fuoco d’ombra di una città scintillante e permalosa. Cenammo tra le fiamme al suono di un violino zingaro. Il cameriere era un genio del paradiso perduto.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...