Il miracolo del maschio ingallatore

Ero così anche allora, scafato per natura fingevo di spaventarmi per le bombe che esplodevano alla televisione e intanto mi divertivo a sbronzarmi e a far l’amore. Eravamo nella stagione degli attentati. Erano stati fatti esplodere alcuni ordigni a Milano, a Firenze e a Roma; poi arrivò il nostro Gigione bello sorridente e la banda attaccò. Cosa si suonava non era neanche da chiedere: la solita musica, quella a cui gli Italiani porgono l’orecchio buono.

Iniziarono i tempi delle vacche grasse, che ci mandarono avanti a furia di ghignate e scocciature per una ventina d’anni. Nei primi tempi si ottenne l’effetto di una baraonda incomprensibile. Grida e insulti. Saluti romani e busti di Mussolini. Amari alpini e vanagloriose affermazioni di forza mascolina. Razzismo e alcool. Aria di boria tra le nebbie della Becca.

Me li ricordo passare come marionette dalla piazza centrale di P. per parlare di niente ed esaltare una folla di cento, centocinquanta persone con i loro gesti rituali. Bossi insultare i Romani, i Meridionali e gli Europei inneggiando all’autarchia della regione padana, o “Padania” come diceva lui e per un po’ hanno detto in tanti. La Russa salire sul palco al canto di Giovinezza e attendere Fini per rivolgere agli astanti il saluto romano sopra le note imperituramente strillanti. Il Gigione non si faceva certo vedere allo scoperto: se ne stava comodamente in poltrona, al riparo dietro il vetro del televisore, e ci osservava con un sorriso bieco che non prometteva nulla di buono, contornato da miriadi di cosce, tette e culi che sembravano patatine fritte genuine e ti facevano gridare al miracolo del maschio ingallatore.

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