Un’isola

… ventre della Terra fosse nell’acqua o fosse calpestato dagli esseri che respirano l’aria.

Alle mie spalle un uomo dallo sguardo rosso e cattivo rispose alla domanda che mi ero posto nel rumore distante del turismo. Probabilmente i miei pensieri, – a cui davo eccessiva importanza, – erano talmente sonori da rimbombare nel vuoto solitario e uscire dalle labbra in forma di parola.

La terrazza era alta sopra la strada che costeggiava il lago. Le prime nubi razziavano l’azzurro del cielo mentre il riverbero crespo del sole preannunciava l’imminente battaglia.

Era tutto finto. Le nubi si stagliavano marmoree e basse sopra le isole e le onde del lago. Sembravano riunirsi all’elemento originario acquatico, ma non perdevano quota e dividevano in due parti i monti morbidi del versante orientale, vaticinando il ritorno di un nuovo giorno radioso e screanzato.

Le nuvolette correvano liete sotto gli sguardi degli invitati al banchetto nuziale, quando in fila e giocose le beccacce, le folaghe e i germani iniziarono a farle esplodere, senza cattiveria, come se da giorni si fossero preparate a partecipare a quello stravagante rito della migrazione. Immaginate che abbiano prima dovuto gonfiare uno ad uno quei palloncini fatti di niente (acqua, aria e sale)? Un lavoro lungo e meticoloso prima della sera di festa, che avrebbe sancito la loro partenza e il lungo viaggio verso Sud…

A quello spettacolo il contegno vago degli astanti divenne riso e divieto di pronunciare la frase: “Ma questo è assurdo!”

La voce dell’uomo si allontanava dall’aspetto che imprimeva alla sua figura lo sguardo ferocemente albino. Parlava al riparo di una pergola e una tenda purpurea aggiungeva al suo volto un’ombra di distinzione.

“Non può che trovarsi dove la terra affiora e l’acqua incombe e sconvolge”.

La risposta ai miei pensieri, giunta da una figura lontana dal mio essere interiore quanto il falco dal coniglio in cerca dell’ingresso alla propria tana tra ciuffi d’erba e massi erratici, mi sconvolse e mi lasciò sospeso nel silenzio interminabile che prolungò le sue parole.

Le ferite si muovono nell’aria come fendenti forsennati contro il corpo del cervello. Rami spezzati, gocce sparse ed ordinate di circuiti biologici divenuti volti, azioni ed esistenze. Al centro i circoli ronzanti della sinapsi, distesi sui cocci di un vetro rotto dal martello impreciso di Thor e conficcatosi dall’alto sul tavolo freddo dell’artista, lame feroci le idee.

“Ovvero dove siamo noi ora”. Continuò l’uomo. “Le è mai capitato di camminare nei meandri umidi di un angolo impresso dal pensiero umano o dall’assenza esausta del destino? Nel corso di questa interminabile giornata d’estate… a proposito… credo che non le sia sfuggita la tempesta che attende dall’altra parte del Monte… vedremo il fulmine cadere… E forse sarà consigliabile attendere la fine della tempesta… sempre che allora la luce sostenga i nostri passi… dicevo… Mi scusi, ma accade a volte che mi perda nei miei discorsi: non si dovrebbe dare retta a tutto ciò che passa per la mente quando si sta di fronte ad un ascoltatore attento come lei… eppure… nella foga del dire si ripete, si perde il filo e si casca nell’errore… nello scarto temporale che rivela l’inadeguatezza della persona davanti al ruolo che vorrebbe rivestire”.

Parlava contraddicendosi, esorbitando: eppure tra una scusa e un incespicante inizio apriva dei cunicoli bui e attraenti; sembrava giocasse con la mia curiosità attirandomi sulla soglia di mondi sbarrati e inaccessibili per le mie membra goffe e giganti.

Cercai di non offrire attenzione ai suoi discorsi e allo sbigottimento iniziale sostituii la distrazione impressa dal mobile paesaggio; ma prima che voltassi l’intenzione in atto, le sue parole mi anticipavano indicando un punto sul quale apporre lo sguardo. Mi stava studiando, mescolando ciarle a dardi di temprata intelligenza prima di abbattermi con una folgorante verità, o semplicemente stava sciorinando a uno sconosciuto le riflessioni che era andato rimuginando in un giorno d’indolente vacanza? Parlava ad enigmi ed era pervaso da uno spirito leggiadro: avrebbe potuto essere uno scienziato, un uomo di fede o un collezionista di opere d’arte.

Riprese il discorso nonostante il mio contegno. Sillabava lentamente. Una mano tastava con delicatezza il collo sottile, come se volesse sincerarsi della sua consistenza carnale.

“La distruzione avvenne nel corso di un secolo. Lentamente? I principi si appropriarono dei terreni, un po’ promettendo e un po’ pagando. Era un tempo lontano, ma non così distante da dimenticare quello che accadde. Da allora sono svanite quindici, sedici generazioni. Tuttavia non sono cambiate l’acqua al fondo e le rocce su cui poggia una scenografica bellezza. Tra muri umidi e cinerei esse raccontano”.

Non capivo proprio di cosa stesse parlando. Il luogo in cui sedevamo mi diceva tutto fuorché distruzione. Forse ero capitato tra le grinfie di un solitario uomo di cultura tedesco (deduco ciò dal suo italiano ricco accompagnato da una lontana reminescenza teutonica che dolce e incancellabile affiorava dalla morbida lingua educata negli anni alla facondia mediterranea). Era probabile inoltre che costui accompagnasse la sua esistenza alla critica applicata, la quale sfociava inderogabilmente nel pessimismo cronico senza permettere al soggetto l’ammirazione del bello colto nella sua incongrua preziosità. Un principio così carico d’implicazioni negative e catastrofiche prolessi non fece altro che allontanarmi in maniera repentina dal mio interlocutore, al punto che non seppi resistere alla tentazione di rivolgermi al cameriere e con tono perentorio dire:

“Il conto, per favore!”

Chi ti guarda non ascolta, il suo volto e la postura del corpo dimostrano la noia di chi non sa cosa fare della propria eternità momentanea. Nel buio ti accorgi degli stessi difetti che per un breve tempo vitale ti accompagnano: lo sguardo fisso nella tua immagine, la trasparenza azzurra del pavone, la rivolta rossa e caduca della carne in moto attraverso il sangue.

E nella luce vibrante del giorno ti allontani, conservando il mistero insondabile di una stanza che rimpicciolisce in trasparenza sul celeste del lago.


Per nulla sfiduciato dalla mia evidente impazienza, sottolineata dagli sguardi ripetuti che indirizzavo verso la sala interna e le scale, l’uomo riprese con il resoconto del suo piccolo viaggio isolano:

“Questa mattina ho passeggiato. Erano tanti anni che non lo facevo. È incredibile quanto silenzio si riesca a trovare in un luogo gremito di turisti. Uomini glabri avanzano, magri e smunti accanto a donne bianche e grinzose. Capelli tinti e berretti a scacchi sopra occhiali scuri, fingendo di vedere mascherano rose di rame. Le coppie dei giovani innamorati si separano e si allacciano soffermandosi davanti ai boschetti di bambù, tra i viali che cerchiano i prati popolati da famiglie di pavoni bianchi. Le piume candide danzano perdute sugli steli d’erba e nell’aria. Gli obici sulla piazza d’armi guardano le Scuderie con l’unico occhio che posseggono. La fila dei visitatori attende il biglietto per entrare nel palazzo. Le barche saltano sulle onde e mostrano la chiglia curvando. Le donne vendono i souvenir nei vicoli ombrosi e dietro la darsena. Qualcuno paga, qualcuno beve il caffé. Chi si stira e chi si allontana. I cuochi preparano il pranzo e gli odori salgono col fumo al cielo. La luce aumenta i movimenti, e nessuno si accorge di questo vivo, placido, incommensurabile silenzio”.

Aveva ripreso vita la polvere del tramonto. La luce imprimeva alle mura la presenza delle rose che esorbitavano al passo invisibile di una giovane donna. La sua figura era impressa sul tavolo rotondo a cui si era accostata per scrivere una memoria fuggevole e delicata che avrebbe voluto conservare per la vita, breve scampolo di felicità. In un fremito si affacciò alla finestra sorvolando le rose che si moltiplicavano come desideri sull’ammattonato consunto dai passi degli altri. Portò la penna alle labbra e disparve, leggero e metallico fruscio.

“Sembra che gli dèi soli sappiano godere del mattino. E noi non siamo dèi.”

“Lei crede? Eppure la sua lingua, il suo parlare pacato e forbito, i gesti che l’accompagnano, sembrano venire da lontano e sanno di sulfurea eternità.”

Era la prima volta che mi rivolgevo allo strano personaggio albino che mi aveva irretito nei suoi discorsi. Esordii nel dialogo con malcelato sprezzo e radicale ironia, il che da colui che ascoltava non fu percepito. Almeno credo, sebbene ricordi di avere notato nel suo dire, come al principio del nostro incontro, una confusione che si esplicò inavvertitamente frammista ai legami precari dell’aria.

Le figure in penombra dicono dell’immortalità. Sono presenze acute di una storia involuta.

Gli esseri che sovrastano gli uomini e governano le loro azioni appaiono come spiriti immobili e innocenti; attraggono a loro il sangue fragile prima che si rapprenda. Lavorano in silenzio davanti al fuoco immateriale, prevedono la morte nella cucina bassa e caliginosa.

Mentre fuori qualcuno giura di aver sentito urlare, grida strazianti nella notte illuminata dal candore della luna si spandevano per i vicoli stretti dell’isola deserta, dove i bambini andavano in cerca del cimitero.

“Lei mi lusinga… ma la nostra eternità è breve: due, tre generazioni al massimo… e poi dovremmo chiedere alla polvere… No, io sto parlando di ciò che è sorto dopo la distruzione. Anche lei oggi è stato in visita ai giardini?” Non attese la mia risposta. “Arrivato allo spalto finale, laddove vi sarebbero le cabine degli ufficiali se l’isola fosse davvero una nave pronta a prendere il largo, avrà notato le statue distese, sedute o in piedi ad osservare – i muscoli rilassati – il passaggio inconsueto di esseri antropomorfi agghindati con colori sgargianti, che ormai si ripete negli anni?”

L’uomo, padrone finalmente della mia impacciata attenzione, si soffermò per respirare l’aria mentre il vento spazzava via gli ultimi miasmi d’afa. Arrivò il conto e nella pausa rivolsi un suono d’assenso a mezza bocca del tutto superfluo, che sarebbe potuto essere inteso come una risposta alla domanda retorica appena rivoltami o un ringraziamento di fronte all’implicita richiesta di compenso camuffata nel bianco di un piattino.

“Queste figure olimpiche nella roccia sono artisticamente miserevoli, eppure hanno raggiunto la superbia dell’eternità sconfiggendo lo spirito che in questi luoghi aveva trovato dimora. Dove esse riposano cariate e tozze da centinaia d’anni, visse un villaggio. Si dice che un luogo è l’anima del suo popolo e il cielo che lo sovrasta la sua divinità”.

Cadono uno sull’altro parlando, scambiandosi le storie dei pescatori o le ultime novità in fatto d’amore e di tradimento. Qualcuno giocando a carte è rimasto col braccio rappreso nel gesto di rilanciare un piatto misero. Altri bevendo hanno mescolato il vino al sangue, alle parole dette e alle fatiche rimaste nell’aria. Tutti i volti si accendono e illuminano i teschi che concepiscono opere umane e pensiero.

Parole e gesti, vita e miracolo rimescolati dall’arte, fusi e riesumati si consumano al buio delle candele che dettano vita e dicono morte.

“Qui tutti hanno dimenticato… faccio ridere… arrivo io, straniero, a ricordare… non posso che riesumare nella mia fantasia un villaggio di pescatori abbarbicato sul colle roccioso, gente dura, abituati alla burrasca e al Maggiore. Come gli abitanti dell’Isola dei Pescatori, ci è mai stato? È un luogo semplice e popolare. Non si vedono più le reti distese al sole, ma il paese ha conservato un equilibrio con il passato. Si passeggia volentieri per i vicoli umidi carpendo il profumo del pesce fritto nelle cucine dei ristoranti, che liberano nell’aria le note ronzanti di una radiolina incollata allo scaffale, accanto alla finestra chiusa da una rete al volo delle mosche, delle vespe e delle zanzare. Ma cosa dico?… ha ragione lei: continuo a divagare… noi in quest’isola cerchiamo lo sbigottimento, che nessun altro luogo ci saprebbe offrire. Eppure provo timore a pensare a tutto quello che è stato, al motivo che mi spinge a raccontarle delle storie… per un attimo nel corso della mia passeggiata ho creduto di non esistere, ma subito dopo mi sono pentito di averlo immaginato ed ho invidiato lo sguardo felino che coglieva il mio scoramento spiandomi dietro una fila di gerani fioriti”.

Il sole era scomparso e tutto ciò che era luminoso si stava velocemente oscurando. Lo smarrimento che l’uomo aveva descritto si rese presto palpabile come la tenebra. Un fulmine silenzioso batté tra il cielo e la montagna lasciando nell’occhio il segno di un mondo diviso a metà.

“Il mistero di questo luogo sono le radici dissotterrate delle piante tropicali nelle umide profondità delle serre, i souvenir impacciati tra le dita degli oranti, piccoli busti di donna fuggiti in fila dalle acque, il rumore impreciso della morte e il sangue asciutto di mani profondamente tagliate: lavoro, ricchezza e umiltà s’intrecciano nel trambusto cieco di una giornata; poi si fa sera e tutti se ne devono andare. Eppure qualcuno resta sempre.”

Le prime gocce battevano sulle cose. Una goccia grande come un bottone toccò il dorso della mia mano. Raccolsi il quaderno aperto sul tavolo e scesi senza voltarmi.

L’isola buia e affannata sotto lo sguardo ammirato del profilo di un corvo, le ali ripiegate, è un balsamo a cui il viaggiatore eterno non sa ritornare.

Foto di Gianpiero Zanzi


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