E la chiamano nazione

E intanto sono sempre più isolato e solo. La provincia maledetta. Qui è una strage. Ogni giorno viene ucciso qualcuno. Lo si lascia lì ad annaspare nel proprio sangue. Anonimamente. E la chiamano nazione. Milioni di corpi distesi in pozze di sangue raggrumato. Nugoli di mosche. Silenzio che ti fa venire il magone.

Capisco bene le immagini dei Ludiko. Corpi distesi lungo l’Italia. Giganteschi eroi caduti sulle coste e sui dorsi delle montagne. Persone comuni morte a merenda. Una bottiglia di vino e via andare. Nella penisola peculiare del mondo, millesimata nelle sue differenze: innumerevoli scannatoi compongono l’Italia, dove da migliaia di anni si coltiva la sapienza di ammazzare in maniera unica e irripetibile il tuo prossimo.

Uccidi il prossimo tuo come te stesso. Questo è il comandamento dello stivale. Ci preserva come mummie dalla corruzione in attesa che venga il massacro finale.

Delfini, Buzzati, Landolfi, Fenoglio, Pavese, Mastronardi, Bianciardi, Alvaro, Fiore, Sciascia, Meneghello, Pasolini, Volponi, Brancati, D’Arzo, Tondelli, Moravia, Flaiano, Scerbanenco, Chiara, Vassalli e gli altri non sono dovuti andare distante per raccontare la morte disperata, tanto solitaria quanto desiderata da chi gli sta intorno. Questo è l’inferno di Kafka. Pensa giusto Saviano: basta raccontare di quando si esce di casa per dar conto della mattanza italiana.

I miei coetanei fanno cronaca. E va bene. Che cos’altro potrebbero dire? Approfonditi gli aspetti generali dello sterminio, vi spiegano come muovervi per entrarci dentro dalla parte migliore. A scelta. Vittima, carnefice o osservatore. Minuto dopo minuto. Pensiero dopo pensiero. Gesto dopo gesto. Perché voi siete questa roba qua.

Eppure manca ancora qualcosa. Giunti al fondo dello specchio e scoperto il buio, vorreste che fosse luce? E’ freddo. E’ soffoco. Sentite i mosconi sbattere le ali nell’umidità ontologica dell’aria. Sono pochi e pesanti. Si nutrono di un invisibile nauseante ammasso su cui scivolate imbrattatandovi.

Allora pensate a quello che siete. Superate il momento. Entrate nel vostro mondo cosparso di amore e prati in fiore. E siete convinti che esista ancora. All’improvviso dal nulla si accende una luce accecante. Soffrite. Vi riparate gli occhi. Poi vi rassicurate abituandovi alle immagini che si muovono oltre il vetro che emette la luce. Una luce tenue e piatta come un sogno senza aspirazioni: siete voi che vivete dentro lo schermo del vostro televisore.

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