Sono un aereo pieno di passeggeri

 

Sono un aereo pieno di passeggeri. Un solo posto è rimasto vuoto dentro di me.

Gli ultimi a salire sono stati obbligati ad abbandonare il proprio bagaglio a mano, con la promessa che sarebbe stato caricato nella stiva.

Molti sono nervosi e subiscono la pressione degli altri riversandola su chi sta accanto a loro. Gli assistenti di volo hanno faticato a fare stare tutti seduti prima del decollo. Più volte gli altoparlanti hanno ricordato di spegnere tutti gli apparecchi elettronici tra le urla dei bambini. C’è sempre chi di questi annunci se ne fotte e resta in silenzio a giocare con l’iphone isolandosi dall’ipotesi di una catastrofe collettiva.

Anch’io me ne fotto di loro e mi alzo in cielo sicuro con il mio carico di ricordi che brulicano dentro come viaggiatori low cost. Sbircio fuori da un oblò. Mi sovviene l’immagine di una fabbrica di scarpe.

Le cose che abbiamo vissuto restano lì in pace, dormono e si trastullano per anni, poi – quando meno te lo aspetti – si fanno vive per svolgere al meglio il loro lavoro.

Erano venuti a prenderci nel quartiere dove vivevamo. Avevano bisogno che lei facesse da interprete per loro. Lo faceva spesso durante la mia assenza. Quando c’ero io non accettava mai incarichi di quel genere, ma questa volta non poteva rifiutare. Pagavano bene e di quei fiorini ne aveva bisogno.

Avevo insistito per unirmi a loro. Lei non era d’accordo.

Ero geloso. Non capivo perché non mi volesse con lei.

“Si tratta di lavoro,” mi aveva detto.

“Sì, ma devi fare solo da interprete. Mi piacerebbe vedere cosa combinano qui gli italiani”.

“E’ stupido. Cosa vuoi che fanno? Lavorano come tutti”.

“Vengono a fare affari”.

“Non è mica male fare affari”.

“E non solo quelli”.

“E tu cosa vieni a fare?”.

Non sapevo che cosa potevo ottenere guardando negli occhi quelle persone. Avevo sentito di storie di sesso tra uomini italiani e ragazze ungheresi. Mi ero fatto un brutto viaggio. Lei mi diceva Jenny va con quello e Magda va con quell’altro, sono vecchi ma hanno i soldi… a me non interessano i soldi… a me interessi tu… Non le credevo davvero, non fino in fondo. E soffrivo come un cane.

Era sempre stato il mio assillo conoscere una donna per quello che era. Le inseguivo, cercavo in loro quello che mi mancava, restavo in silenzio mentre le amavo. Così accadeva nella nostra storia. Le davo retta quando mi diceva che era fedele, ma non ci stavo più dentro quando stavamo lontani per mesi. Mi ossessionava l’idea che lavorasse da sola con quegli uomini. Immaginavo che di notte si sbattevano le baldracche rimorchiate nei night e di giorno accarezzavano il desiderio di portarsi a letto la mia fidanzata.

La mia fidanzata… A pensarci adesso mi sa che non c’era niente di male. Era abbastanza nell’ordine delle cose. Non ero in quadro io a vedere tutto così torvo.

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