Tutte le cose invisibili: tutte le cose visibili

In realtà questa storia mi ha preso la testa insieme a tante altre che stanno nell’incubatore freddo caldo della memoria. Cose secche, con dei fatti umidi asciutti spuntati qua e là come mazze di tamburo. Sì, perché le vicende del posto da dove vengo non si svolgono, ma cadono dalla pianta e marciscono in fretta come le fragole nel frigorifero.

Ve lo devo dire: mille volte mi alzai dal letto pieno di sogni e buona volontà con l’intenzione di radermi e uscire di casa. Mi tagliai talmente da perdere per anni la voglia di farmi la barba. Adesso però mi tocca… così lunga… so già che mi sgranerò la pelle del collo e della faccia… sanguinerò come un pollo scannato…

Camminavamo nella nebbia dietro il carro funebre, dalla chiesa al cimitero come si usa. Non ce ne accorgevamo. Il pulviscolo grigio ingannava. Nel gelo vaporoso apparvero i fantasmi che eravamo. Ognuno vide le sue cose com’erano state, nonostante i cambiamenti percettibili. E io vidi le mie.

Dimenticai la banalità del male. Le villette a schiera costruite una in groppa all’altra. I casoni stravaganti all’americana nel cuore della risaia. Uscii un’altra volta dalla casa all’angolo, tra il circolo e il tabaccaio. Lì viveva Lucia. Ero soddisfatto, perché avevo giocato con tutti senza lamentarmi. Al momento opportuno avevo preso il cappotto e il cappello. Mi ero annodato la sciarpa intorno al collo e avevo dichiarato di dover andare. Mi ero congedato con un breve sorriso. Chiudendomi la porta dietro le spalle avevo intravisto i bambini rincorrersi con dei cuscini fra le mani.

Sulla strada ero solo. La nebbia mi sbarrava il passo. Spazzava via le mie orme impedendomi il ritorno. I muri si alzavano ai miei fianchi. Mi negavano le finestre, le luci, le ombre delle figure umane ricoverate negli interni.

Negli ultimi giorni la ghiandola inguinale si era infiammata. Mi faceva zoppicare. Aveva iniziato a darmi fastidio qualche settimana prima. Avevo promesso a mio padre che mi sarei fatto vedere dal medico e adesso, – mentre lui era lontano, in un campo da calcio ad allenarsi per la domenica, – stavo mantenendo la promessa.

Andavo verso la piazza. Avevo salutato i miei amici. Non sapevo che non sarei più tornato.

Tutte le cose invisibili: tutte le cose visibili. Vaghezza sulla strada verso il cimitero. Abbandonato il paese avvolto nel silenzio. Il respiro pesante del maggese declivio. La fila regolare degli orti. L’ordine opposto dei campi. I gerbidi paralleli alla roggia. Quando arrivammo a destinazione.

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