I racconti ai confini del Regno

Pubblico questa introduzione alla raccolta di racconti sul Risorgimento che sta per uscire, sperando che vi venga la voglia di venirci a trovare o almeno di leggere quanto è stato scritto.

Vi ASPETTO


Sabato 26 febbraio 2011 – h 17
Spazio Museale Tornielli – Ameno
Piazza Marconi, 1
Presentazione del libro
Ai confini del Regno. Racconti a cura di Davide Vanotti
Con gli autori Matteo Bottari, Michele Brusati, Gessica Franco Carlevero e Davide Longo


Scrivere dell’Italia non è mai stato né facile né indolore. La storia di questo stato che avrebbe voluto essere una nazione è intricata e scomoda come la chioma folta di Sansone. Quando si sfila un capello per vedere dove va a finire, si va a strappare, rimordere e aggrovigliare ciocche e matasse inestricabili. E tira di qua e tira di là, c’è sempre qualcuno che ne soffre.

Così è fin dalle nostre origini. Forse perché il Rinascimento e il Risorgimento che fecero l’Italia culturale e politica furono storie soprattutto familiari. In un contesto fluido determinato dall’inconsistenza del limite tra privato e pubblico si trovano la forza e la radicalità di un sistema geografico e umano che accosta gli opposti e stride. Dietro a parole inebrianti che indicano tempi d’oro – di crescita e di ideali – si celano scontri sanguinari, lotte spietate e tensioni insostenibili che bruciarono velocemente le vite degli abitanti di questa parte circoscritta di Mondo.

L’oggettività si può raggiungere solo stando alla larga da qui. Isolarsi il più possibile attraverso lo studio dei documenti e applicare i metodi razionali della storiografia moderna, sono le scelte che uno storico doverosamente perpetra nell’interpretazione del passato. Costui ne trae un’immagine – il più possibile completa – di una società – o di alcuni suoi aspetti – in un dato periodo, prescindendo dalle questioni familiari o personali che sono il sale della discussione nel nostro Paese.

Altra cosa è inventare e fare della fantasia pensieri applicati alla realtà. Per far ciò è doveroso mescolarsi con le vicende fino alle loro propaggini estreme, che sforano abitualmente nell’Assurdo. Il lavoro di chi scrive è invischiato nella lotta, dalla quale ci si libera per mezzo delle solitudini distratte e delle fughe verso lidi mentali ulteriori, seguendo le vie recondite delle parole. Perciò questa silloge di racconti – come avrete compreso – davvero non ha pretese storiche. Sfida altresì il sentire comune annotando di vite vissute con arguzia e abnegazione; getta le carte all’aria; intreccia il passato con il presente assecondando il filo che corre sul telaio formando parole.

Leggerete storie di persone al di là di tutto, oltre le epoche e le intrinseche relazioni. Perciò vi chiedo di non soffermarvi sul piano prettamente storico. Noi italiani non abbiamo mai posseduto il gusto anglosassone per la biografia dei grandi personaggi. Siamo mistificatori. Fatichiamo a ricordarci le date. Di una persona, anche se l’abbiamo conosciuta personalmente, perdiamo gli aspetti che per altri popoli sarebbero salienti. Confondiamo gli incontri, i tratti somatici e le amicizie in comune. Eppure sappiamo sentire vicino al nostro cuore i cuori.

Qui troverete quattro cuori battenti. Oltre il tempo. Come lo Schiaccianoci di Hoffmann, sanno di valere molto di più di quello che fanno. Di non essere piccoli generali di legno nelle mani di un bambino, ma di avere piuttosto una storia scritta in un antro magico dove le vite vivono migliori. Le loro azioni non sono perciò che i risvolti oscuri della loro idealità. Il coraggio di vivere li ha premiati. Chissà come se la ridono di noi e delle nostre beghe quotidiane ora che stanno nel posto da cui sono venuti.

A guardare l’Italia oggi si ammira qualcosa di turbolento e conturbante. Nemmeno lo Stato è veramente protagonista del nostro quotidiano. Fondamentalmente, possiamo dire di essere una penisola al centro del Mar Mediterraneo, delimitata a nord dalle Alpi. Tutto il resto manca. I personaggi che si cimentarono nella lotta scomparvero senza lasciare eredi. Le bandiere e gli ideali caddero nella polvere. Nel secondo dopoguerra gli Italici divennero sterili, immobili, viziati e ammassati. Firmarono a occhi chiusi una pace sociale duratura e l’Arca dell’Alleanza fu una televisione sotto lo stemma protettivo del Biscione col fiore in bocca.

Dalla parte dell’oggi, aprendo i bauli e le scansie delle case di Ameno; estraendo lettere, diari, oggetti e fotografie dell’Ottocento, si resta attoniti. Qui vissero uomini che seppero agire in nome dei propri ideali, con onestà e modestia. Ebbero fiducia nello stato che li ospitava. Seppero dare. Molti di loro erano esuli e girovaghi che avevano respirato l’aria libera della Rivoluzione e ne avevano personalmente pagato le conseguenze. Altri erano discendenti delle stirpi secolari di ottimi giuristi e amministratori del minuscolo Stato della Riviera. Il paese di ville e palazzi ai confini del Regno li ospitava tutti. Tra queste colline più che altrove si fantasticò di un’era liberale. Forse tra queste mura il democratico si soffermava a trattare del bene comune con il conservatore. E non furono solo parole.

Paolo Solaroli fu un uomo d’avventura. Non sempre lo fu per scelta. Di umili origini, si formò nell’esercito napoleonico, dove imparò il mestiere di sarto. In conseguenza del clima reazionario instauratosi anche in Piemonte dopo il Congresso di Vienna, fu costretto ad emigrare in Egitto, quindi nello Yemen e, infine, nelle favolose Indie. Fu un personaggio da meraviglia. In India sposò una principessa e partecipò dell’aura emanata dalla famiglia reale. Ricco e determinato, al suo ritorno in Europa fu accolto a braccia aperte da Carlo Alberto, dal quale ottenne un titolo nobiliare. Partecipò alle vicende della costituzione dell’Italia in pace e in guerra, avendo anche un ruolo di primo piano nelle relazioni diplomatiche (in particolar modo con gli Inglesi).

Queste poche linee biografiche non valgono certo a ricordare l’energia che emanò da questa persona. Il suo luogo di riposo prediletto fu Ameno, nel palazzo che ampliò per accogliere la sua famiglia. Nelle stanze e nel parco voluti dal Marchese, Davide Longo ha ambientato un racconto asciutto e chiaro, imperniato sulla relazione tra un giovane medico di provincia e l’anziano uomo di stato. I passeri volano attraverso il parco. I due uomini, Lessona e Solaroli, s’incrociano nella vita. Ne nasce un’amicizia occasionale, frutto dell’incontro tra due caratteri differenti. La vocazione di Lessona per la vita pacifica apre inaspettatamente un varco nell’ultimo equilibrio respingente dell’uomo di successo, che ha lasciato alle spalle le sue ambizioni.

La stirpe dei Vegezzi giunse ad Ameno nel XVI secolo. Da allora crebbe divenendo uno dei casati notabili della cittadina collinare. All’inizio del XIX secolo si trasferirono a Torino, mantenendo il palazzo di Ameno. Furono legati ai Cavour da una grande amicizia, corroborata da vicissitudini finanziarie che dopo la caduta di Napoleone coinvolse entrambe le famiglie.

Saverio, Giovenale e Camillo crebbero insieme e con la tempra del sacrificio seppero rimettere in sesto i patrimoni paterni. Dal 1850 parteciparono alla vita pubblica dando un apporto fondamentale alla formazione dello stato di diritto italiano come oggi lo conosciamo. I due racconti di Matteo Bottari e di Michele Brusati sono dedicati proprio ai fratelli Saverio e Giovenale Vegezzi, due figure esemplari del Risorgimento non da molti conosciute.

Saverio Vegezzi ebbe un ruolo importante, essendo stato addirittura cofirmatario della legge del 17 marzo 1861 in qualità di Ministro delle Finanze. Pochi anni dopo gli fu affidata, in quanto esponente politico moderato e cattolico, una missione presso la Santa Sede che ebbe un esito negativo. Dopo l’occupazione di Roma del 1870 si ritirò dalla vita pubblica continuando a svolgere la professione forense. Alla fine della sua carriera, nella carica di Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino, nel pieno della sua coscienza del valore delle istituzioni, riconobbe per la prima volta nella storia italiana il diritto di esercitare la professione di avvocatura ad una donna. L’abilitazione diede scandalo. Fu successivamente impugnata dal Procuratore del Re e revocata in appello, ma rimase l’atto lucido di un uomo che aveva ben presente il valore dell’intelligenza al servizio della giustizia.

Matteo Bottari ha dedicato a Saverio Vegezzi una storia contemporanea, immaginando che uomini come lui abbiano servito per secoli il nostro Stato, superando i limiti del tempo e divenendo garanti dell’equità di fronte alle figure della politica odierna, indifferenti al bene comune e mosse da impulsi di conquista anteriori alla determinazione degli stati moderni.

Giovenale Vegezzi Ruscalla fu un personaggio eclettico. Si occupò dell’identità linguistica e nazionale del popolo rumeno, fondando il primo istituto di lingua rumena presso l’Università di Torino. Studiò e operò da vero onnivoro del sapere. Fu il primo Ispettore Generale delle Carceri Italiane. Diede le dimissioni da questo ruolo dopo che fu introdotto anche in Italia il modello del carcere cellulare, da molti ritenuto un allontanamento dalla funzione rieducativa che avrebbero dovuto avere gli istituti penitenziari. Numerose furono le sue pubblicazioni e, probabilmente, la sua influenza intellettuale agì anche su Costantino Nigra, che ne sposò la figlia, invitandolo a svolgere studi eruditi nella seconda parte della sua vita.

Michele Brusati lascia che la figura schiva e taciturna di Giovenale affiori da una storia carceraria, un interrogatorio su un omicidio al quanto misterioso, a cui l’ispettore in pensione partecipa da osservatore. L’autore ne rileva la profonda umanità libera dai pregiudizi. Brusati crea un quadro interpretativo che mette infine le qualità dell’ispettore, un uomo saggio che aveva compreso molto. Ad esempio che stando fuori dall’occhio della Storia si ha un’occasione in più per vivere liberamente e per farsi un giudizio esatto su ciò che si muove al di fuori della propria testa.

Gessica Franco Carlevero ha infine lavorato sul popolo di Ameno. Si tratta di una storia semplice, in quanto vista attraverso gli occhi di un bambino. Angelino viveva i giorni che fecero l’Italia ascoltando e incantandosi su notizie che arrivavano da lontano, da un mondo che non poteva esistere. E in effetti non poteva esistere, per loro che erano della campagna, gli spiegava lo zio.

Ameno era stato per secoli un mondo a sé, una piccola città costituitasi liberamente e attorniata da territori dominati da signori stranieri. In qualche modo i suoi abitanti avevano mantenuto una propria autonomia. Tra le sue strade e i suoi borghi si erano incrociati i destini. Gli uomini erano andati ed erano venuti. Nulla era cambiato. Le classi sociali si erano cristallizzate. I lavori, notarili e manuali, erano proseguiti secondo una linea scritta. Con quest’Italia si fece il punto.

Adesso è forse giunta l’ora di andare a capo e di continuare. Sono i poeti che risveglieranno questo luogo incantato tra le colline boscose? Lo spero davvero, spero che le loro parole muovano ancora i vostri cuori; e li ringrazio attraverso la voce di Alda Merini per il lavoro celato che hanno svolto.

I poeti lavorano di notte

quando il tempo non urge su di loro,

quando tace il rumore della folla

e termina il linciaggio delle ore.

I poeti lavorano nel buio

come falchi notturni od usignoli

dal dolcissimo canto

e temono di offendere Iddio.

Ma i poeti, nel loro silenzio

fanno ben più rumore

di una dorata cupola di stelle.

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