E non c’è niente da pagare

 

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Lasciato Morghen, scendendo verso il lago e poi risalendo verso la montagna, si passa da un villaggio abbastanza  appartato – quasi una curva – da sfuggire ai viaggiatori motorizzati. Ritornando poi sulla statale del lago per imboccare la pianura, resta impressa la torre campanaria pendente. A chi si volesse fermare per una breve sosta, uno scorcio di lago al tramonto, un platano e una lapide della guerra civile, uno spalto di mura medievali e una chiesa, monca della facciata, danno il benvenuto a Sol.
È un posto tranquillo. Non ci sono negozi. Le persone anziane amano passeggiare al sole d’inverno e sedersi sulle panchine all’ombra d’estate. Il clima è buono. Si è adattata bene una vegetazione esotica per la zona come la canfora, l’ulivo, il banano, la yucca e l’aloe. Fino a quest’estate una famiglia di pavoni passeggiava tra le case e i giardini. Questi uccelli davano bellezza alla vita del luogo con le loro piume variopinte e il loro incedere elegante. Erano felici di essere liberi di zampettare razzolando. Erano utili per la comunità, perché uccidevano le bisce e gli aspidi che approfittavano degli spalti soleggiati. E qualcuno, vedendoli apparire dietro l’angolo, avrebbe potuto sognare di essere a passeggio nel parco di una grande reggia indostana.
Le famiglie li nutrivano. I bambini giocavano con loro. Entravano e uscivano dalle case senza temere alcuna aggressione. Forse l’unica specie che conviveva malvolentieri con i pavoni erano i cani. O alcuni di loro almeno, soprattutto quelli da guardia e quelli da caccia, che non potevano vedere di buon occhio dei volatili così coccolati dalle persone. Anche i gatti gli facevano la posta, ma sapevano che non era mestiere loro cacciarli.
Tutto era secondo la natura esotica di cui sono fatti i sogni più vividi e le fantasie più fulgide. Quando calava la sera i bellissimi uccelli salivano sulle cime degli alberi, si appostavano sui rami e s’addormentavano dolcemente nel suono lontano delle onde lacustri, a tratti soffocato dai rigurgiti meccanici dei treni e delle automobili di passaggio. Ma dove regna la pace delle cose, il Disumano si prepara ad azzannare.
In primavera, dopo la stagione degli amori allietata da lunghi corteggiamenti danzanti, battiti d’ali e scosse di piume che sembravano emettere scintille, le due femmine si ritirarono nel bosco sul monte per covare. Ma quando tornarono con i piccoli il padre era già stato ammazzato. Un colpo di carabina lo aveva fatto cadere da un tetto del centro di Sol arroccato nel giugno di fuoco. Era caduto dal colmo di un belvedere, pareva in controluce una statua spezzata alla base da una scossa di terremoto.
Qualche giorno dopo si era diffusa la voce che una femmina, da poco scesa dal monte, era stata uccisa dalla volpe con la prole. Un testimone aveva trovato delle piume sul sentiero che conduceva al ruscello. Qualcuno a mezza bocca asseriva che la volpe camminasse su due zampe. Per qualche settimane non si parlò più dell’accaduto. Le persone tornarono a passeggiare e a salutarsi con un sorriso uscendo di casa. In cuor suo, ogni abitante del paese sapeva che lui di certo non poteva essere stato: non si uccide a sangue freddo la bellezza. Ma qualcuno doveva pur essere stato.
Il Disumano, lì a Sol, si era installato già da lungo tempo. Ogni anfratto della penisola era stato conquistato e non c’era più spazio per la libertà naturale, nemmeno attorno al nostro piccolo lago: perché quel ventaglio di case sarebbe dovuto essere graziato?

Dopo un mese la seconda femmina, che chiameremo la Madre, affiorò da un giardino abbandonato dietro la ferrovia. Si muoveva con circospezione tra l’erba alta. Tre piccoli la seguivano alla scoperta del mondo, curiosi e spaventati dei minimi movimenti sul terreno attorno. La famiglia viveva sulle terrazze liberate dai rovi, facilmente percorribili alla ricerca di insetti e rettili commestibili, nei pressi di un’abitazione da poco occupata. La proprietaria della casa e del terreno nutriva ogni giorno la Madre e i piccoli, abituandoli a non allontanarsi troppo dal suo giardino. Di notte si rifugiavano su una paulonia all’ingresso di un residence frequentato solo nei weekend. I pavoncini non erano ancora capaci di grandi salti e non sapevano affrontare le chiome delle betulle, che il padre abitava slanciandosi dai terrazzamenti più alti. Quell’albero dalle foglie larghe e leggere come stoffe pregiate offriva loro la comodità dei rami bassi e la sicurezza di un nascondiglio irraggiungibile dai predatori naturali, ma non li metteva di certo al riparo dalla ferocia futile degli umani.
Una mattina la madre arrivò sulla soglia della casa saltellando su una zampa. I fili d’erba erano bagnati del suo sangue. Era stata ferita ma era riuscita a fuggire. I piccoli la seguivano spaventati. Bisognava fare qualcosa. Gli abitanti della casa chiamarono i veterinari dell’Azienda Sanitaria Locale. Per due volte cercarono di catturare la Madre e i figli assieme, prima a mani nude e poi con un retino. L’obbiettivo era di salvarli, curando la madre e portando tutti i pavoni a Villa P***, dove avrebbero trovato un habitat ideale e sarebbero vissuti con i propri simili. I tentativi furono però segnati dalla goffaggine e dall’imperizia. I risultati furono controproducenti. Gli animali si dispersero per riunirsi successivamente oltre la cinta del giardino vicino.

Nel corso dell’autunno i pavoni trovarono tranquillità intorno al residence, accanto alla ferrovia. Alla fine dell’estate si erano riuniti dentro il campo da tennis dismesso. I turisti di città per l’occasione rispolverarono le vecchie racchette allo scopo di far sloggiare la famigliola.
La Madre era sempre più zoppa. Si muoveva su una gamba sola ma guidava i propri figli nelle escursioni sui prati e, di rado, nei gerbidi spinosi. La donna che li aveva nutriti nell’estate tornò a prendersi cura di loro. Preparava dei pastoni di pane, latte e croste di formaggio. Scendeva con il figlio oltre la strada. Li cercavano e li richiamavano. Quando li nutrivano, alla fine della giornata, l’aria fresca si commuoveva nella sera. Risalivano poi verso casa, i passi lenti nel paesaggio essiccato e frusciante per la prolungata siccità.
Con i primi freddi la Madre, sempre più immobile, la zampa sospesa e l’ala dischiusa verso terra, lasciò i figli che intanto si erano spostati tra le prime case e gli orti del paese. Aveva compiuto la sua missione. Li aveva cresciuti e gli aveva insegnato quel che sapeva perché superassero l’inverno e vivessero. Erano due femmine e un maschio. Con la nuova stagione la fiaba sarebbe ricominciata. Ma a Morghen le fiabe non hanno un lieto fine mai.
Due coppie anziane gli davano da mangiare e li curavano. Stavano attenti ai loro movimenti e provavano a dargli protezione. Di notte salivano nel bosco, sui rami dei castagni. Di giorno scendevano sul sentiero umido che corre sul retro del paese, sotto le fonti.
Poi cadde la prima neve e le due femmine scomparvero. Ultimo venne il maschio. Volò col suo collo blu esile e leggero e temerario da ragazzino alle prime armi. Superò planando il colmo di un tetto più in là, verso il centro del villaggio e il frullo di una carabina come per gioco.
Adesso i pavoni sono morti. Chi li ha uccisi non ha nemmeno un nome. E non c’è niente da pagare.

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