La piccola fiammiferaia

Eco di Enrica Borghi

dall’11 novembre 2018 al 2 febbraio 2019

presso il Castello di Novara

a cura di Lorella Giudici

Zapping in Love di Enrica Borghi. Castello di Novara (Foto di Francesco Lillo)

Per diciotto anni ho avuto la fortuna di vivere accanto alla piccola fiammiferaia. Notte dopo notte ha acceso quanti fiammiferi aveva nella sua scatola di legno dipinto – i suoi fiammiferi preziosi che nessuno voleva – e ne sono usciti sogni su sogni magicamente concreti, in cui mi ha introdotto da estraneo per amore come se camminassimo – la mano nella mano – attraverso le effimere stanze del palazzo di Atlante vestiti delle nostre armature da cavalieri in un mondo di inganni.

Dalle sue mani si sono librate nell’aria le immagini più calde e le più luminose. La luce e il calore sono scaturite contemporaneamente come se lì, in quella buia conca, fosse racchiusa una minima stella nata dal nulla a misura d’uomo eppure oltre qualsiasi mediata misura umana. Incancellabile e imperdonabile e immutabile è la mia condizione davanti a una così vaga leggiadra vitale passione etica.

Attraverso i suoi grandi occhi si sono incarnati e disincarnati gli spiriti più desiderabili. Lungo la grande sala del castello, salendo e scendendo, osservando, abbassandomi e alzandomi, ho ritrovato gli anni più favolosi e le emozioni; la grazia e la tristezza di una bambina vestita di stracci sotto un portico, nell’angolo più buio della piazza cittadina, accoccolata sopra una fredda pietra, avvolta dalla nebbia umida, lo sguardo fiero e lucido, la sontuosità inarrivabile di una regina.

Ormai è tardi e l’ultima notte avanza, la più lunga. Si spengono le ultime bolle di luce e di calore sul lastricato della strada acquosa. Lo sfarzo delle sale in cui posano donne eleganti e discinte dalle pelli squamose polimorfe – i capelli raccolti sotto un umile straccio di casa – svanisce.

I caleidoscopi cangianti delle vetrate accese dagli smalti artificiali – mescole plastiche che ti lasciano immobile a osservare il mistero che incanta, il materiale che diviene immateriale – si offuscano.

La cupola bassa di mattoni, inaccessibile per un filo di stagnola e vivida di blu metalliche rose, resta, lontana in fondo al vicolo della notte, promessa soffusa di un talamo; poi fioca e pulsante si smorza lentamente, battito dopo battito.

I tappetti volanti che mi hanno condotto in avventure impossibili oltre le vette innevate e i deserti sabbiosi, sbattendo nel vento gelido e rovente i fronzoli dei sacchetti colorati infilati sotto il lavandino di ritorno dalla spesa, si sfaldano.

Gli abiti trasparenti senza corpo né acqua che hanno riempito le ore brevi di desideri e di sospiri, si svelano attraverso la polvere degli anni come fantasmagorie giunte da epoche e da luoghi lontani; al tatto si fanno aria.

Sullo sfondo l’immagine floreale di un mondo che cresce dalle idee sotterranee, diffuse tra le zolle erbacee e riprodotte di filo in filo seguendo l’energia vegetale dei rizomi, appare come un’utopia che abbaglia ma è fatica concreta, e frusciando tra le carte e le parole lascia addosso una levità spossata.

Le donne – le ultime ad apparire – guerriere che s’incaricano di portare fuori la bandiera della speranza, mi spingono via – fatti da parte, mi dicono – e si fanno intorno al suo corpo fragile; il loro alito vaporoso risveglia la piccola fiammiferaia intirizzita, bella addormentata nel bosco meraviglioso.

Intanto l’inverno mi accompagna. Innamorato di una vita amorosa ormai lontana, lassù e irraggiungibile, odo i primi fiocchi di ghiaccio battere crocchiando sul terreno. Alzo lo sguardo e seguo il loro moto luminoso e inverso nel cielo bianco e accogliente.

P.s. – Un testo scritto sull’onda di Morgan, un amico di Enrica dalle grande passioni.

Catherine Hessling in “La piccola fiammiferaia” di Jean Renoir, 1928 (Foto ullstein bild/ullstein bild via Getty Images)

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