Chissà poi la Susanna


Entrai nel caffé a metà mattina. Lo stomaco era vuoto dalla sera precedente. Ordinai a Mara, direttamente al banco. Un toast e un succo d’arancia. Mi sedetti in fondo alla stanza. Una cava buia a tutte le ore del giorno. Per non sbagliarsi, l’ingresso rivolto a nord e l’unica bassa vetrina costretta tra il vicolo in ombra e il frigo dei gelati. Un crocchio di uomini, spacconi di mezza età colti dall’incipiente calvizie, stavano chiacchierando davanti al quotidiano spalancato in maniera rassicurante.

Non avevo mai prestato orecchio alle loro parole. Erano troppo distanti dai luoghi che accendevano il mio interesse. Avevo l’impressione che fossero consapevoli della mia presenza, sebbene si comportassero come se non ci fossi. Col tempo fui coinvolto nella vita del locale con un semplice saluto da parte del baffo bianco, il più affabile del gruppo.

Tendevo a starmene discosto. Consumavo al banco o mi appartavo per rileggere qualche vecchio appunto. Non volevo entrare in quella storia. Non ero dalla loro. Vivevano su una penisola umida e benestante come animali dello zoo tenuti dietro le sbarre per protezione. Erano assuefatti alla cattività. La maggior parte di loro credo ci fosse nata. Erano già pronti per riempire la nuova ala del cimitero scavata sotto il monte.

Le parole correvano slabbrate. Ognuno capiva secondo il proprio interesse. Il borbottio raspava sotto i toni alti della radio, che riempiva di revival l’aria detersa dalle mani dell’inserviente filippina.

“Chissà poi la Susanna,” uscì un po’ di sonoro sotto il baffo bianco.

Non un che attorno. L’indifferenza degli amici irrigidì l’uomo in un critico disagio. Annaspando dietro i vocalizzi dei Bronski Beat tentò un “eh, eh… chissà” e un gelo più temprato si diffuse fino all’ultima parete, in fondo alla stanza. Un sorriso storto. La fronte bagnata. Il fiato condensato in un fiotto di vapore. Se si fosse aperto il pavimento e la terra di sotto per mangiarselo, nessuno si sarebbe mosso dal proprio posto. A condizione che tutto tornasse come prima.

Gli rispose allora un cranio lucido alzando le spalle. Lugubremente.

“Sì, chissà.”

Ero seduto al tavolo di lavoro e aspettavo una nuova traccia. Sfioravo il piccolo telecomando bianco. Palpavo con il pollice le fessure e i rilievi percettibili. Mi venne in mente Susanna. La sua storia. Non conoscevo la sua storia. Era lì, dietro il bancone di un bar,  dove avevo udito per la prima volta pronunciare la parola “Morghe” oltre i suoi confini. Ed era stata emessa nell’aria ancora vibrante delle sillabe di Susanna. Uno strano caso – pensai – come se non si potesse nominare il prigioniero senza dire della prigione che lo contiene.

Lei aveva occhi di tempesta, mi assicurano quelli che se la ricordano. Si capiva bene che dove fosse andata avrebbe portato guai. Finché fosse rimasta al di qua dell’orizzonte.

Lavorava con passione. Stava alla macchina del caffé per un po’ prima di passare a servire ai tavoli. Era gentile. Non dava troppa confidenza. Portava morbide gonne, sotto le quali i clienti leggevano impossibili gambe. Lasciava gli uomini in posa con un sorriso ebete. Tutti se le ricordano, non sono cose che capitano tutti i giorni. Una come lei, la gonna svasata appena sopra le ginocchia, le calze nere velate, la voce leggermente rauca, rispondeva agli ordini strascicando il desiderio del letto abbandonato.

Mi sono incuriosito di lei solo a sentirla nominare e ho fatto domande in giro come uno stupido, punto alla nuca da qualcosa di vago e d’impalpabile. A sentire quello che biascicava Pino, all’arrivo di Susanna nel mezzo della giornata alcolica – tenendo conto che per loro il dì si fermava un’ora dopo il pranzo per perdita di coscienza – gli avventori passavano con buona lena al terzo giro fra gotti d’oro, amari e camparini. Li invischiava tutti nella ciucca vera. Tirava fuori il fondo raschiando i barili vuoti. Nella luce bassa emessa dal soffitto cartongessato gibbonavano cautamente i reduci dallo sfascio di cataste di tempo speso a ringalluzzirsi, ad aggredire e a sparar cazzate. Senza voltarsi mai. Senza guardare oltre lo specchio, sotto le borse violacee e la rete delle varici nasali, la sagoma evanescente di un bambino addormentato nella propria tenerezza.

“Buongiorno signorina.”

“Buongiorno.”

“E svegliarsi alla mattina…” cominciava il Milo.

“Tittitiritittititi…” continuava il Roby.

Il Roby e il Milo erano due scemi fusi da quindici anni. Mezzibusti con i pettorali tristi e stanchi degli ex deportati della palestra, muscoli lenti e stanchi che stanno insieme perché li sostiene virtuosamente una tribolata panza. Erano al limite senza saperlo, contesi dal gin e dai precipitati decomposti anabolizzanti.

Più sornioni, con i gomiti tirati sul bordo del tavolino e gli occhi arrossati dalle finte esibite senza l’ausilio di lenti tra le figure e i titoloni dei giornali, Gino e Paolo se ne stavano zitti – in agguato – aspettando che la ragazza si stropicciasse la gonna tra le sedie comodamente spinte al centro del passaggio. Sbrodolavano insieme. Tra una bavetta e l’altra si complimentavano a vicenda per aver sconfitto infine il comunismo. Lo avevano fatto, sì, l’avevano fatto loro quando erano giovani e forti. Senza muovere il collo, sorbivano direttamente dalle dita avvolte intorno al vetro i filamenti zuccherosi dei montenegro, il labbro inferiore – frastagliato e umido – trainato all’esterno dall’impercettibile sollevamento del fondo del bicchiere.

C’era anche un pittore. Di quei pittori che si vede che è un pittore. Il pittore di provincia italiano stile 900, l’uomo anni ’50 invischiato di vita, tabacco e alcool che tanti hanno imitato. Pare che la moglie lo maltrattasse ruvidamente, a volte anche con improvvise e scortesi ramazzate che lo facevano rotolare giù per la rampa di scale, direttamente nel vicolo dietro il palazzo comunale. Aveva anche una figlia. Era un angelo teatrale, bello solo se visto di fronte, ma cavo e turpe quando ti volta le spalle. Quest’angelo di una figlia compativa il padre. Lo guardava come un uomo d’annata invecchiato male. Niente di buono nella sua vita, insomma. Calci in culo e pietà erano per lui. Triste triste, era un tipo d’artista dall’accento emiliano, di quelli che si facevano fare un caffè e promettevano di pagare quando avrebbero venduto un quadro: cose che da queste parti sono fuori dal normale.

“Ma quando lo vendi tu un quadro se te ne stai sempre al bar,” gli diceva il Milo.

“Te scherzi che aspetto un mercante da Milano domani!”

L’ho intravisto – forse – quest’inverno, entrando in paese con la macchina. Ci stava dentro, nella descrizione che mi aveva fatto di lui il Pino. Lo prendevano in giro perché si era infatuato di Susanna. Lei era gentile con tutti. Quando andava da lui per ritirare la tazzina vuota, abbassava gli occhi e non parlava. Quello si spaventava, restava fermo e tremava: si aspettava che da qualche parte gli piombasse addosso una legnata. Accortosi che nulla sarebbe successo dopo il contegno silenzioso della ragazza e le risatine catarrose degli ex fusti, si accendeva di racconti fino a quando la tenutaria non gli abbassava la cresta accennando al rotolo dei conti in sospeso.

Quella mattina camminava sul chilometrico marciapiede che conduce in paese, accosto al lago, fradiciamente. Camminava, si voltava su se stesso e si smarriva. Non l’ho più rivisto, non l’ho mai incontrato in un locale, dove a volte qualcuno lo cita come un lontano sfocato ricordo. Gli sarà passata la voglia di bere caffé, dopo la scomparsa di Susanna.

Il bar era in mano a una parente. Susanna ci arrivava tardi. Non era un lavoro per lei. Andava per aiutare. Per lo più quand’era a casa. Faceva le stagioni nei ristoranti della riviera. Pagavano bene. Poi arrivava l’acqua dal cielo e tornava dai suoi. Ci restava per settimane. Buona buona. Non era una che scorrazzasse. Capitava però che uscisse con la sua amica. La sua amica era Giulia. Andavano in un posto – meglio se un posto con poca luce – e parlavano per tutta la sera, penetrando insieme nella notte più profonda. Era Susanna soprattutto, che raccontava di come le cose girassero intorno a lei. Aveva la testa tranquilla. Di solito quello che diceva stava a galla, sulla superficie plausibile del tavolino da caffé. Anche se le parole erano attaccate tra di loro malamente con quattro chiodi, sigarette e buona volontà. A volte però esagerava. Era una tipa strana. Un po’ idealista e un po’ metafisica. Difficile da capire per Giulia, che stava ancora studiando e da grande aveva in mente di far scuola. Non nel senso di essere un modello, ma piuttosto di entrare in una classe per spiegare come mai lei sa delle cose e loro no. L’ho anche incontrata per avere qualche informazione in più. Magari aveva osservato un particolare. Anche nulla sarebbe bastato. Giulia però non è una ragazza da nulla. Va diretta al sodo. Introduzione, sintesi e via al capitolo dopo. Il succo l’hanno già spremuto gli altri e lei se lo beve per piacere.

L’aveva sentita parlare della necessità di rivoltarsi al sistema rigido animale e al puzzo di rancido che emanano certi maschi. Le aveva chiesto quali maschi (intendendo i maschi di quale specie animale). Susanna le aveva risposto quelli che comandano. In effetti Giulia non aveva capito subito: l’amica intanto era slittata avanti, stava già tirando in ballo lo zodiaco, quanto fosse antico quel sapere, i tarocchi, il tempo (nel senso di quello meteorologico) e le porte della conoscenza. Faceva sempre così, di tutto un po’ finché non andava a sbattere sul materasso con la testa ronzante di rumore e tabacco. Se chiede in giro le diranno tutti che era una riservata e silenziosa. Tutte balle. Non ci crede nessuno, ma quando ci vedevamo era un po’ sempre la stessa storia: parlava, parlava… tante simpatiche idiozie.

Negli ultimi tempi – prima della sua scomparsa – Giulia racconta che Susanna aveva la fissa delle coincidenze. Era come se le parole si materializzassero dopo essere state pronunciate, diceva. Strano vezzo. Trattava la sua bocca come se si sentisse la verità sulle labbra.

“Sono magari scemate, ma c’è qualcosa che non va qui intorno.”

Susanna rimaneva fissa, con gli occhi adunchi sull’amica. Aveva indiscretamente aperto una sua finestra interiore e si era affacciata, lasciando dietro di sé il rumore scanzonato del locale.

“Stai in meditazione per dieci minuti, sorseggi la tua birra, fumi, fai la tua parte, rispettando il copione che a casa avevi preparato per bene fino al punto in cui sbotti con una frase enigmatica e provocatoria, cioè che dovrebbe avere l’effetto d’incuriosire e far parlare il tuo interlocutore: sai cosa ti dico? M’hai rotto.” Giulia colpì dall’esterno, quando Susanna meno se l’aspettava.

“Non volevo dire niente.”

“No, tu volevi dire qualcosa, con la tua faccia da innocente che s’annoia: dilla senza tante questioni e basta! Non far finta d’essere quella che si sforza di parlare!”

“Ma vaffanculo!”

Susanna si alzò dal tavolo immergendo il capo e il torso nell’annebbiato locale. Quelli seduti al bancone videro avvicinarsi un bicchiere rubino e una sigaretta, sorretti tra le dita da due mani inconsistenti e appassite come dissanguati cuori.

Si sedette sullo sgabello libero senza prestare attenzione agli affamati sguardi che la circondavano. Ci era cresciuta in mezzo. I dintorni pullulavano di uomini arrapati. Trattenevano il liquido scivoloso ai bordi della bocca. Senza muovere un dito. Così com’era l’aria intorno, erano loro. Viziati fino all’ultima molecola.

I maschi in età da riproduzione erano stati allevati davanti a fighe distese dietro il vetro del televisore. Il tubo catodico aveva sostituito la carne e gli spermatozoi rimanevano ammutoliti nel vuoto successivo all’erezione. Assistere dal vivo allo spettacolo delle donne che camminano, parlano e osservano strascicando le fronde del loro irresistibile odore, era qualcosa di troppo. Roba da lasciarti inchiodato dove ti trovi come un Gatto Silvestro. Qualcuno però se la bossava, di solito i peggiori.

Susanna si muoveva nel locale fetido come un’escursionista in alta montagna. Respirava allegramente l’aria tersa. Batteva con sicurezza i tacchi sul tavolato. Scivolava attenta tra i massi in un bosco di pini resinosi. Si sedeva accanto a uno di loro e lo scuoteva dalle radici. Sebbene non ci tenesse a conoscere gli effetti che la sua vicinanza aveva sugli uomini, ne riceveva interamente la percezione dai mutamenti repentini dei loro occhi, che s’impiombavano come il cielo quando la terra trema. La stessa impressione madida le arrivava a onde dalla postazione centrale di cui si era impossessata, nei pressi del bancone.

Gli esemplari maschi nelle sue immediate vicinanze erano cinque o sei. Scherzavano. A parte un tizio, che stava lì per conto proprio, e l’uomo al bar, che svolgeva un lavoro: dava da bere e guardava storto chi non gli andava a genio. I tipi scherzosi non erano vecchi e facevano quello che fanno tutti quanti: prendersi per i fondelli. Il più piccolo era anche il più vivace. Ritto in piedi, toccava dentro tutti. Era biondo, quasi bianco, e a osservarlo in volto non sembrava proprio giovane, a discapito della sua brevilinea agilità.

Susanna beveva. Fumava. Alternativamente allumando oltre la spalla, verso il gruppo dei buontemponi che si dimenavano nella zona delle slot. Nella penombra ebbe l’impressione che avessero addosso delle ragnatele. Erano molte. Sembravano avvolti in esse. Permeavano come una seta traslucida i loro maglioni, si tendevano tra clavicola e collo fino a raggiungere sparpagliatamente i capelli. Fili bianchi pendevano e tremolavano fra le dita. Il più grosso del gruppo, arrovesciato sul banco – quasi invisibile nella sua massa oscura –, era reso evidente da una trama di linee al fosforo orrendamente intersecantesi sulla nuca. Quell’immagine netta, stagliata sul buio di un essere stanco e ubriaco, le diede al principio un brivido crepitante alla spina dorsale.

Dal loro contegno Susanna dedusse che stessero festeggiando la fine di un lavoro. Che fossero sbucati fuori da un bosco prima che la sera cambiasse febbrilmente in notte. Avevano finito tardi e non avevano nemmeno potuto trovare ristoro in un bagno. Erano andati diretti in una trattoria a far bisboccia? Forse in quella all’interno della vecchia stazione. E poi – due passi – sono apparsi un po’ sbronzi qui dentro portandosi dietro una voglia matta di piantar grane. Sono rimasti sulla soglia, pronti a svanire quando la misura sarebbe stata colmata. Il piccoletto però era vestito in una maniera abbastanza ricercata, come dire, spicciolo ma curato. Le ragnatele sbavavano la sua essenza di damerino della provincia nord occidentale. I conti, in generale, non tornavano. Forse erano davvero grane, più di quanto Susanna ipotizzasse dal loro contegno.

Eh sì… ad osservarle erano piacevoli, le trappole dei ragni. Disegni geometrici tatuati sull’aria. Perfetti. Troppo perfetti per essere reali. Come fanno a muoversi senza contorcerle e spezzarle? Susanna stava soccombendo davanti alla propria curiosità. Ogni particolare sollevato dal piano bidimensionale di una serata a caso, ogni secondo trascorso prigioniera dell’osservazione, la incatenava più crudamente a quella scena tanto banale da celare in sé un grave significato. Vedeva oscillare brani di corpo, chiostre di denti e muscoli nervosi secondo un ritmo incalzante e – lei volle che fosse così – premeditato, che si conficcò disordinatamente nel suo pensiero. E i poligoni inscritti, i segmenti paralleli congiunti da apparentemente effimere diagonali, si ripeterono inalterati tra le giunture, oltre le chiome e dietro i tessuti cartilaginei dei padiglioni auricolari, finché Susanna non accettò che tutto ciò non fosse altro che il frutto della sua annoiata allergica fantasia.

Allora le sovvenne dell’ultima estensione della sua memoria. Aveva sempre sperato di salvare molto da quella parte del cervello. Aveva però commesso un errore di valutazione, istituendo una zona più ampia di quanto fosse necessario. Entrava con l’atteggiamento vago che le era proprio, aprendo cartelle immancabilmente vuote il cui nome le diceva poco o nulla. Lungi dal distruggerle, ne creava di nuove dando loro nomi che al successivo ingresso perdevano di consistenza, come il cilindro di cenere della sigaretta dimenticata sul davanzale.

Erano trascorsi mesi dalla precedente escursione lassù. L’ultima volta le era costato parecchia fatica arrampicarsi sugli scogli innalzati per arginare il deserto divoratore in cui si era stravolto il giardino segreto dei suoi sentimenti. Ne era stata profondamente delusa. Da bambina non avrebbe mai ipotizzato che sarebbe stato così triste pensare all’amore. Di quella tristezza senza malinconia che non ti lascia stare in pace neanche un secondo. Susanna era rimasta sotto il sole affilato per ore senza incontrare l’ombra di un miraggio. Alla fine aveva giurato a se stessa che lassù non ci sarebbe più tornata. E così era stato. Non si era mossa di un millimetro per mesi, nonostante in alcune imprecisate immagini frapponentesi intuiva sul mondo la rapida calata di un vento ocra sabbioso.

E così, in un incommensurabile spazio temporale, tra il legname impregnato di false tinte da birreria, le sovvenne – dicevo – di un viaggio verso Paolo. Era scesa al Castellaccio pressappoco al tramonto. La pianura spaesava l’orizzonte sbiadito rosso. Gli steli acefali del riso s’adornavano dell’argento tessuto dagli affaticati ragni. Milioni di esseri invisibili sospendevano, nei pochi giorni di cielo terso autunnale, la terra. La trama immobile precaria induceva in Susanna il dubbio della brevità.

Lasciare le colline le concedeva un respiro più misurato. Con Paolo non aveva più niente da dirsi. Tornava da lui per prendere fiato, quando l’autunno entrava nelle risaie.

“Lei ci crede alle coincidenze?” disse l’uomo che le sedeva accanto.

“Come scusi?”

“Le ho chiesto se crede alle coincidenze.”

Era stato un evento inaspettato, che quel tipo le rivolgesse la parola. Un po’ l’aveva sgamato. Solitario, ombroso, taciturno. Nessuna reazione alle battute dei boscaioli. Nessuna reazione all’arrivo di una bella ragazza. Uno di quelli che si faceva i fatti suoi, per dire. Ma questa storia delle coincidenze buttata lì, sul piano di legno tra i sottobicchieri sparsi, proprio non l’aveva misurata.

“Io… Io… Ecco…”

Giulia, dal posto dov’era seduta, fissava un punto preciso – quaranta centimetri sopra il pavimento – con ostinazione. Era capace di mandarla fuori di testa. Susanna era capace di mandarla fuori di testa. Con le sue smorfie e i suoi raggiri. Non la sopportava più. Stizzosa come una merda. Sempre ad incantarsi dietro a storie da perditempo. Usciva sì per distrarsi dallo studio, ma anche per ragionare. Non si può che tutte le volte che si mette giù un discorso si finisce a parlare di fantasmi ufo astrologia e altre idiozie da adolescenti. Poi però – pensò Giulia – ognuno ha gli amici che ha e qui in giro c’è poco di meglio. Perciò zitta e bevi; zitta e fuma; zitta e non fare storie.

Alla fine si risolse da sola a cercare la sagoma dell’amica nel locale caldo e fumoso. Si stava procedendo nella notte. La luce spioveva nell’aria umida più volte respirata. Lo spazio attorno era riempito dai corpi e dagli schiamazzi. Il ritorno musicale rimbalzava sulle pareti metodicamente, secondo periodiche scosse di elettricità. Tutto era come al solito a quell’ora. Giulia aveva l’impressione appiccicosa e rilassante di essere stata ammassata nei pochi metri quadri di una minuscola nave. Nella sala motori. Attorno a una decina di uomini indaffarati a far funzionare ingranaggi e stantuffi. Mentre fuori il grande oceano persisteva immobile. Sembrava che passasse ma non passava mai.  Era arrivata al fondo, almeno così le pareva, ma i suoi piedi erano instabili e sotto di essi c’era molto di più. Molto più di ciò che li sovrastava.

Quella sera poi il vascello mareggiava in modo diverso. Non era il solito equipaggio. Giulia aveva individuato degli intrusi. È vero, la nostra è una zona turistica, ma si distinguono bene degli intrusi da dei normali turisti – ribatté con vigore ad una mia precisazione di genere secondario e poi partì asciutta, battente come un registratore di cassa. – Erano entrati prima della mezzanotte. Tre. Si piazzarono tra l’ingresso e il bancone, sugli sgabelli delle slot. Avevano proprio l’aspetto dei naufraghi o qualcosa del genere, di quella gente disperata che vedi arrivare in televisione e te li immagini fare gli spacconi sotto casa tua il giorno dopo lo sbarco. Non so se fossero stranieri, ma non promettevano niente di buono. Avevano qualcosa di strano addosso, credo che fosse polvere, o comunque dello sporco. Erano sporchi nei vestiti e sulla pelle. Anche i capelli erano opachi e ammassati in un crocco. Qualcuno mi disse poi che era gente di Morghen. Non avevo mai visto gente di Morghen. Non ho mai conosciuto gente di Morghen. Lei è di Morghen? Sì, va bene… non dico quelli finti, che arrivano e restano limitrofi. Con quelli come lei ho già avuto a che fare. Addetti alla ristorazione, educatori o semplicemente nostalgici di un mondo che hanno solo nella loro testolina. No, io parlo di quelli di lì.  È stata la prima e unica volta per me (sempre che sia vera l’informazione che mi hanno passato). A dirla tutta, io non ci credo ancora. Mi sa che mi hanno raccontato delle frottole. Era gente di passaggio. Poco di buono di passaggio che si erano inventati in zona qualche finto lavoro. Poi l’hanno montata su con la storia di Morghen quando Susanna è scomparsa. Sì perché quei tre apparirono spesso dopo la notte di cui le sto dicendo. E qualcuno con loro vide anche Susanna. Io no, io la Susanna non l’ho più sentita da quella sera. Ogni cosa si stava facendo complicata. Era meglio lasciarla perdere. Mi sembrava che anche lei volesse così. Infatti, non mi ha più cercata…

Scartabellando con perizia il locale, Giulia ottenne il risultato di leggere le spalle di Susanna nella penombra antistante i coni soffusi che irradiavano il bancone. Stava parlando con un uomo seduto accanto a lei. Un uomo che decifrò a grandi linee. Nemmeno lui era del posto. Nuovo a tutti gli effetti. Compassato nei movimenti. Misterioso al punto giusto, quasi un capitano mancato. Ebbe l’intuizione che si stessero dicendo davvero qualcosa. Scartò però l’ipotesi che Susanna gli avesse dato un successivo appuntamento quando il profilo dell’uomo entrò nel cono di luce da cui fino ad allora era rimasto discosto. Erano i lineamenti di un anziano. Mai visto nei dintorni. Quello sì, con una faccia da turista. Un mezzo attore, diciamo, sotto le sopracciglia cispose. Datato ma con qualcosa da dire al mondo. Troppo datato d’altronde. Sarebbe esagerato tirare in ballo Sean Connery? Va bene, fate allora come se non l’avessi mai nominato…

Quando la sua curiosità era giunta all’apice, manco a farlo apposta Susanna tornò da lei con due birre in mano, mentre si perdevano le tracce dell’uomo misterioso dietro la sagoma sempre più grande della ragazza che si avvicinava. Il suo volto – senza espressione – dimostrava il peso di un’idea fissa instillata dalle parole appena udite. Si sedette senza dire niente. Passò un boccale di birra a Giulia facendolo scivolare sul piano di legno. Uno sguardo seppia, appoggiato come un cartone disegnato sul broncio, solcò frattanto il vetro e il liquido dorato che conteneva.

“Scendiamo di gradazione?”

“Scendiamo di gradazione.”

Cocciarono il vetro contro il vetro. Tregua raggiunta.

“Chi era quel tipo con cui parlavi?”

“Non ne ho idea.”

“E di cosa parlavate?”

“Di coincidenze.”

“Ah.”

Giulia ci pensò su poi disse: “Carino?”

“Non l’hai visto?”

“No, era di spalle.”

“Non male, ma vecchio.”

“Sì, ho notato che aveva i capelli bianchi.”

“Sapeva il fatto suo.”

“L’avrà imparato anche lui da qualcuno.”

Era diventata così, Susanna. Interponeva frasi fatte; riempiva di silenzi i posti dove stava; annuiva e sorrideva senza volerlo; spariva. Ed era sempre più notturna. “Le parole sono molto… innecessarie,” si diceva. E continuava canticchiando per la sua strada.

Da quando Giulia l’aveva persa di vista, girava da sola o stava in casa a sentire la musica, a guardare la televisione e a leggere le storie che le piacevano. Certo, tra guardare i programmi sui misteri e leggere dei misteri c’era una bella differenza… leggerli non era davvero come viverli, ma ci s’andava più vicini che sentendoli raccontare da qualche inquisitore improvvisato. Ultimamente si addormentava con un libro in mano. Sentiva la carta ruvida e sottile scivolare pesante sui polpastrelli incapaci di sorreggere le pagine tutte insieme e la copertina. Non ce l’avrebbe fatta nemmeno per un secondo in più. E nell’ultimo sforzo perdeva la coscienza.

Lo scarto verso l’altra dimensione era irreversibile. Lì non c’era più casualità. I fatti si succedevano inesorabili, voluti dalla mente che i suoi sogni ospitavano. Le scelte erano obbligate e non condivisibili. Ma la verità era un’altra, non certo quella che avrebbe desiderato scoprire. La verità era raccapricciante e la svegliava di soprassalto. La faceva uscire di notte come un gatto.

Finito di lavorare, accadeva che svanisse. Si allontanava frettolosamente dai lampioni della strada principale e i contorni della sua figura s’incatenavano alle ombre sparpagliate degli alberi.

Nell’autunno avanzato, sotto la luna veloce, erano molti gli antichi palazzi chiusi e abbandonati al comune destino invernale. I giardini racchiudevano i segreti di un luogo sconsacrato perpetuo. Susanna vi penetrava – prima una mano, poi un braccio, poi il corpo intero attraverso la consistenza della muratura –. Il fiato si condensava sopra i suoi passi, sopra le foglie accartocciate, sopra le spezzature dei rami rinsecchiti procurandole il batticuore.

Tutto era iniziato con quella storia delle coincidenze. Non si trattava di un cruccio momentaneo. La porta si era aperta proprio quando aveva smesso di spingerla. Le coincidenze erano le piaghe sintomatiche del genere umano. Le capitava d’inseguirle con il naso sollevato nell’aria come un vecchio, astuto cane che non si lascia ingannare da falsi indizi – un ciuffo di peli perduto tra i rovi o una penna distesa sul prato in bella vista – ma insegue l’odore della vita fino in fondo, fino a scovarne la celata tana.

Capitò una di quelle notti, prima di saltare oltre la ringhiera che racchiudeva i segreti di un parco romantico, che a un incrocio – uno di quegli umidi incroci a cui accede il nostro mondo secondario – si scontrasse con un motocarro scassato condotto ebbramente da uno dei tizi con le ragnatele addosso; era sbucato dal bosco. Era sbucato come un’esplosione. Il motore, spinto fino in cima all’erta, era arrivato sulla strada in un boato. Il piede destro del guidatore mollò, inchiodò. Le gomme sculgarono sulla ghiaia sparpagliata che impediva l’aderenza sull’asfalto, mentre il piede sinistro premeva sulla frizione.

Il mezzo borbottò con il paraurti incollato alla gamba di Susanna. Due uomini uscirono dall’abitacolo. Si tenevano con una mano sul bordo del tettuccio e torcevano il collo verso l’interno per far passare senza intoppi la testa dalla portiera. Il terzo approfittò del vuoto di carne che si era creato intorno a lui per mettersi al volante.

“Cazzo fai?”

“Guido io adesso.”

“Zo fai?”

“Guido.”

“Guida… mhmm…” disse l’uomo appena sceso, probabilmente il capo. Aveva gli occhi tagliati obliquamente e il sorriso maligno di Vittorio Gassman in Riso Amaro, quando si voltò verso la strada e la metà di un corpo femminile illuminato dai fari.

Fino a qui sono arrivate le mie ricerche. La storia del motocarro me la sono un po’ andata immaginando. È un’idea come tante: un carro a motore che segna il destino di una persona. Non sapevo cosa credere, come fosse possibile che una ragazza di quel genere potesse essere in mezzo a quegli uomini. Eppure l’avevano vista. Quei pochi che hanno deciso di raccontarmi di quelle notti, avevano incrociato Susanna con dei tizi che ritenevano essere di Morghen. Non conosceva più nessuno. Rideva sguaiata prima che si appannasse lo sguardo penetrato nella solida notte. Era come se fosse impazzita tutta d’un tratto, a loro dire. Gli uomini con cui si accompagnava erano tre, almeno. Gente che non si vedeva spesso nei locali notturni. A parte uno. La figura dello Iago. Rinnegato, da qualche anno aveva trovato rifugio presso un clan che gli offriva del cibo, un giaciglio e una sorta di protezione.

Lungo il torrente andavo meditando su tutto questo sotto il lume uniforme della Luna. Non c’era un filo del discorso da riprendere. Era tutto evidentemente misterioso. Come la vita, che non ha un senso nitido, così sono i sogni: storie che ci raccontiamo da soli, ci perdiamo dentro e quando ci svegliamo pretendiamo d’interpretarli. Eppure non stavo sognando: ero ben desto e preda di un’insonnia inestinguibile. Camminavo radente ai massi sul greto.

Abbandonai il corso d’acqua prima che solcasse la valle nella sua larghezza per appoggiarsi al dorso delle colline più lontane. Proseguii attraverso una radura erbosa. Appena possibile, al primo varco, presi per il declivio che saliva tra i rovi verso il paese.

Allora mi sembrò di vedere un’ombra nell’ombra, un’ombra nella quale stavo entrando.

L’eco ultimo delle voci di Morghen mi giungeva da una distanza incalcolabile. Evitava la massa buia del monte che nascondeva le case. La circondava su entrambi i lati rimbalzando nell’aria priva di ostacoli, al di là di ogni plausibile legge fisica. I toni ondivaghi raggiungevano le mie orecchie. Bisbigli, urli e chiacchiere malevoli nelle tonalità di un’amichevole mimesi sollevavano elettricamente i peli sparsi sulla mia pelle, concentrando le scariche più forti lungo la colonna vertebrale, alla nuca e sull’intera superficie del cuoio capelluto.

Una sola testimonianza. Una sola testimonianza sarebbe stata sufficiente per seguire le orme di Susanna. Avevo l’acuto presentimento – che già in altri casi di persone scomparse avevo registrato – di trovarmi vicino, molto vicino al luogo in cui lei si era smarrita. Se avessi osato scartare dalla via tracciata dai passi altrui, avrei forse scoperto ciò che avevo rigettato a calci e a pugni nel sotterraneo magazzino dei miei incubi. Rimasi invece sul sentiero che mi conduceva sul limitare del bosco, oltre il quale avrei intraveduto il profilo alto del paese.

Giunto a un bivio nell’attimo in cui le nubi stavano cancellando il bianco del foglio lunare, scelsi la via che mi parve più ampia e battuta, nella sicurezza di avvicinarmi alla soglia di casa più rapidamente.

Stava per piovere. Le prime gocce cadevano su di me. Allungai il passo per sfuggire all’acquazzone. Le scaglie di polvere si muovevano simultaneamente. Mi misi a correre sul dorso di un serpente bianco d’enormi dimensioni che si stava risvegliando tra gli sterpi, mosso forse dalla pioggia incipiente, forse dai miei passi inaccorti. La bestia si stava involvendo e mi costringeva a prendere una strada che non desideravo. Non c’era modo di tornare, poiché ovunque mi girassi intuivo ormai solamente cascate di tenebre.

Poi mi sembrò di vedere un’ombra nell’ombra, un’ombra nella quale stavo entrando.

Era lei: non mi ero accorto di averla davanti. Non so come fosse possibile che un raggio di luna scendesse a colpirla così chiaramente dal cielo in procinto di tempestare. Stava lì per gioco. Mi sorrideva. Che fosse una succube o fosse una donna, l’avevo incaricata di condurmi dall’altra parte del bosco. E lei avrebbe esaudito il mio desiderio.

“S’è fatto tardi,” le dissi.

I suoi piedi, nudi, affioravano dal terriccio del sottobosco. Le caviglie erano sporche di frammenti. I frammenti delle foglie cadute nello scorso inverno. I capelli nel caos. La camicia strappata. Le membra esanimi e guizzanti. Ogni ragionamento s’era interrotto davanti alla sua apparizione. Mi attirava verso di sé come le ali della vanessa. Fermava la mia mano il timore di menomarla in eterno con uno sfioro.

“Non ti ricordi di me?”

Mentii. Ma cosa potevo dire di fronte alla sua melodia, se non bugie.

“È vero… tu sei quello che non guarda le fotografie…”

Un urlo atroce, all’improvviso, s’alzò dietro le sue spalle. Avanzò rapidamente fino a me rigandomi di terrore.

Il vento forte scompigliava con violenza la figura, facendola ondulare sulle gambe saldamente piantate nel terreno. L’acqua si scioglieva in bolle sempre più rade oltre le mie pupille. Sopravvenne il buio. Il temporale rimase nell’aria come un’inverosimile minaccia.

Brancolando tastai alcuni arbusti sotto i quali trovai un giaciglio asciutto. Sfuggii così inavvertitamente allo sguardo della ragazza, che sembrava decisa a vegliare su di me fino all’alba.

Al mio risveglio il sole era già alto. Ero indolenzito e stanco: avevo dormito sopra un terreno duramente asciutto. Sotto la schiena avevo due sassi aguzzi e un ramo spezzato. Alla luce del giorno cercavo di spiegarmi quello che mi era accaduto la notte precedente. Ossessionato com’ero dalla scomparsa di Susanna, era del tutto possibile che l’avessi sognata. Ero stato tuttavia poco prudente ad appisolarmi tra gli alberi senza prendere in considerazione la possibilità che potesse scatenarsi un temporale. Non sapevo proprio dove avessi trovato la tranquillità sufficiente ad addormentarmi…

Sebbene a mente sveglia mi spiegassi più o meno tutto quanto, qualcosa ancora non mi era del tutto comprensibile. Mi avvicinai allora al punto dove mi sembrava di avere vissuto quella misteriosa esperienza. Nella breve radura spirava una brezza leggera. Il sole sbiancava la stradicciola polverosa che si smarriva alle porte del bosco. L’erba attorno era alta e secca. In quella posizione presi subito coscienza di trovarmi pressapoco laddove la vidi. Mi voltai preoccupato alla mia sinistra, convinto della sua presenza.

Accanto a me non c’era nessuno. Un sottile salice saliva dal terreno. La sua chioma superava di poco la punta del mio naso. Udii le foglie schernirmi in leggero movimento e insieme compitare la domanda: “E adesso che mi hai trovata?”

Pochi giorni dopo tornai al lavoro. A settembre, da noi, le cose vanno un po’ a rilento e c’è tanto tempo da dedicare a se stessi; soprattutto la mattina. Dopo avere camminato lungo le strade del lago e essere rientrato al buio della scrivania per compilare alcune pagine di diario, uscii di nuovo in paese a bere un caffé. Non raggiunsi il solito bar. Andai oltre, verso i moli, con la scusa che era una bella giornata e mi sarebbe piaciuto vedere la gibigianna sulle onde, gettando lo sguardo sopra il bordo bianco della tazzina che nasconde gli ultimi turisti perigliosamente barcollanti sulla prua dei motoscafi.

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