Eravamo andati a dormire stanchi


Fernsturm

Berlino, 18 luglio 2001

Siamo nel quartiere degli artisti. Stiamo aspettando un artista. Stefan insegnante della Bauhaus. E’ sempre in ritardo. “Non so perché questi Tedeschi siano sempre in ritardo” dice Enrica.

Enrica è stanca.

“Molto stanca,” dice Enrica.

 

Ci siamo alzati stanchi – eravamo andati a dormire stanchi – mi faceva male un occhio. “Un colpo d’aria” dice Enrica, “forse sul treno.” Sì credo sia stato il treno, l’aria condizionata all’alba leggevo, Mann doc. Faustus perché volevo andare avanti finire prima di tornare in Italia e fingere che il viaggio mi fosse servito che la penna avesse assimilato, nell’andatura un poco di Germania.

Ci siamo svegliati tardi – questa mattina. Eravamo andati a dormire prima di mezzanotte. Potevano essere le dieci – o le undici – eravamo stanchi. Enrica aveva riempito il bidè – si era lavata il sedere la vagina i piedi – mi ero infilato in letto senza lavarmi.

Avevamo camminato molto durante il giorno, girato per questo quartiere che era Est il Mitte (il Centro) infiltrati sparsi fra decine di gallerie, infilati in serie: cinque di rivoli cortili sembianze parlanti English e Deutsch. Il Sole ad Occidente Stefan – che era stato molto gentile – era venuto a prenderci con la macchina – ci aveva portati a spasso – e la sua compagna Ulla – che si era unita alla comitiva – alla fine della passeggiata – prima che inanellassimo – la serie dei cortili – probabilmente uscendo di lavoro – ci riportarono a Charlottensburg – un quartiere residenziale – dove soggiorniamo – in una casa avuta in prestito da una signora dell’arte italiana sposata a Berlino, residente a Berlino, in vacanza in Italia, in Grecia con il marito svolgendo amore corpi sul Mediterraneo attorno.

Lungo la strada del tramonto, poco prima di svoltare sotto la S-Bahn di Charlottensburg per incontrare la Ioachim Friedrich Strasse da non confondersi con la Kaiser Friedrich Strasse – più prussiana di maggiore risonanza – come avevamo fatto il mattino Enrica ed io uscendo dalla stazione della metropolitana, Stefan fece una breve deviazione per indicarci –consigliarci caldamente – un ristorante tipico bavarese – Berlino non è in Baviera – Stefan è bavarese vicino a Munich di Baviera – all’angolo tra la … St. e la … St., davanti a un laghetto carino piccola pozza leggera infossata marroncina tra alberi brevi folti raggruppati a tre a tre lastricati e sentieri sinuosi ammiccanti.

Stefan fu molto gentile, si perse dimostrando l’esistenza a Berlino di un ottimo ristorante – bavarese accanto a un laghetto. Viaggiando rientrammo – alla guida Stefan – in Ioachim Friedrich Strasse. Arrivati alla meta Stefan prese la cartina ad Enrica – la cartina di Berlino – con la mia penna – mi aveva chiesto la penna – calcò la strada che dal punto largo e nero dove eravamo ci avrebbe riportati al ristorante bavarese rinomato di chiara fama per la qualità del servizio e la squisitezza delle vivande.

Ci salutammo così, tra fidanzati e fidanzata cordialmente – in realtà Enrica è mia compagna per la vita, mia moglie sebbene non siamo ancora sposati – e Stefan che mi restituì allungandosi sorriso penna saluto dissi “Thank you very much, you are very kind.” Sapevo che Enrica non sarebbe certo andata in quel ristorante, sebbene mostrasse le migliori intenzioni in presenza di Stefan e Ulla la sua fidanzata.

Salimmo in casa, urinammo; ci stendemmo sul letto che non era il nostro, un paio di minuti prima di alzarci per andare a cena. Ci alzammo. Sebbene fame nel mio stomaco in quel momento non si sentisse, nel suo nemmeno come accadeva spesso.

“Che ore sono?”

“Le otto potrei dire al vento. Andiamo a mangiare?”

“Vuoi sempre mangiare.”

“Credo.”

“Sei come un bambino, tutto gira attorno a te nella tua testa.”

“Se non hai fame basta dire non ho fame, ma qualcosa bisognerà pur mangiare.”

Pensammo in silenzio. Uscimmo di casa insieme. Chiudemmo la porta tenendoci per mano. Scendemmo le scale nonostante l’ascensore. Non aveva nessuna intenzione di raggiungere bavarico il ristorante, volevo assecondarla: avrei evitato di percorrere oltre la strada sbagliando, anche solo di dieci metri.

Eravamo stanchi, ma scendemmo le scale senza prendere l’ascensore. Aprimmo la porta sulla via confondendo. Prima accendendo la luce delle scale su un pulsante rosso trasparente sotto, poi premendo maniglia uscimmo, in Ioachim Friedrich Strasse, Charlottensburg che la sera era ancora giorno. Non vento, vento non bagnava capelli su labbra soffiando; ma da qualche parte avremmo pur dovuto mangiare.

Nel pomeriggio una donna coreana ci aveva invitati nel suo ristorante. Era una donna antica, di norma sui cinquant’anni a Berlino. Ci ricordammo di fronte a noi il ristorante davanti alla casa ci eravamo ripromessi di andare una volta o l’altra il menù di mezzogiorno aveva un prezzo invitante il ristorante coreano. Di sera il sole ancora sbalzava sopra i tetti della Ioachim Friedrich entrando luce scherniva attraverso vecchio alla finestra cantante, un po’ in Inglese ubriaco un po’ in Tedesco.

Affondando Enrica prima io dietro il vecchio salutava con sorriso e cenni, del capo della mano, della mano alzata. Nella sala interna divisa ampio arco quasi un acquario, ci fermammo al primo tavolo. Avevamo ampia scelta: il locale era vuoto, completamente vuoto fuorché il tavolo in vetrina con un vecchio che cantava e la coreana in piedi, parlava di tre quarti brevi sintagmi compiaciuti di ritegno.

Eravamo molto stanchi, non facemmo caso al vecchio alla signora, al locale veramente vuoto per un paio di minuti.

“Dove siamo capitati?”

“Strano questo ristorante.”

“Non c’è nessuno.”

“Non si mangerà molto bene.”

Pensammo in sequenza.

Strappammo dal tavolo dei menù, dischiudendoli fra le dita.

“Ah… abbiamo dimenticato il vocabolario…”

“Credo, che ti ricordi una cosa…”

“Non importa… qualcosa chiediamo e qualcosa… andiamo a caso…”

“…”

“Allora cominciamo: io prendo del bianco, vino.”

“Una tazza di tè.”

Scorse dietro, al tavolo donna coreana abbassando qua e là il capo. Sorridendo rivolta, a me a lei come fanno a volte strani Cinesi.

“Eine pfeiffermintze-tee…“ Così Enrica si rivolse, gentilmente con il menù verso la donna perché ella potesse vedere „…und eine Berliner bier,“ entrai io aiutante.

Poi non dicemmo più nulla e la donna rimase sorridente invitando. Colmando il ritardo nostro che procrastinammo l’apertura del menù delle vivande tra chiacchiere e recriminazioni, considerazioni sul luogo e sulla diffusione all’interno di esso, di onde crivellate da parole dure sceme di melodie e rintocchi.

Tergiversammo.

Per cinque minuti impuntammo le lingue stentando comprensione. Spesso Enrica debbo dire, mi dava l’idea leggendo di tradurre correttamente. Nella voce risuonava il cipiglio della donna decisa, nella dizione le vocali il Tedesco rispondevano a tono gutturali ottundenti. Il colore dei suoi occhi qualche scintilla, rinfrancavano la mia convinzione; ma infine essa stessa la lingua della mia fidanzata s’impappinava, il pensiero si confondeva evidenziando termini secondari, addirittura preposizioni e il significato e il piatto andavano alla deriva in uno stagno oleoso marrone marrone, chiaro di salsa di soia poco discosto un ristorante bavarese.

Di tutto quel dire, Oriente culinario, rimase poco. Qualche gelato, fritto prima che si squagliasse, un’insalata, stretta fra le braccia di Enrichetta, e una montagna di nudeln, soia riso non si capiva granché, e condimenti vari di carne di pesce, carni e pesci di varie specie.

“Allora io prendo un’insalata fresca.”

“Assaggerò questi nudeln.”

“Con carne o con pesce?”

“Li prenderò con la carne.”

“Guarda che se vuoi c’è anche il pesce.”

Di solito prediligo il pesce alla carne, cenando la sera. Ma avevo ordinato già della birra e non mi andava di bere birra sopra un pesce. Sebbene il ristorante fosse in fondo un ristorante cinese e non credevo al momento ci fosse grande differenza tra il degustare carne e il consumare pesce in un ristorante cinese. Ma infine sapevo bene, che Enrica come tutti coloro che appartengono al sistema di affetti nel quale mi scopro quotidianamente coinvolto, conservava in sé di quell’istante la mia immagine istintiva virtualmente estesa nei dintorni e oltre di eterno indeciso durante dopo la fase espositiva del dire del fare alla quale, bene o male avrei dovuto ovviare.

Non volevo dargliela vinta, ma non potevo crudelmente strappare l’amo e l’esca che mi aveva appena lanciati. Ignorai. Con serenità decisi per me adesso.

“No. Stasera preferisco la carne.”

In una continua battaglia d’amore percorsi incrociati e attenzione, per noi per il Sole che a volte ci guarda, a volte senza vederci si ricorda di noi.

Arrivò la donna, la donna ci guardò: prima Enrica poi me. Io guardai Enrica, la donna guardò Enrica.

“Eine salat und” disse Enrica e mi guardò.

Mi affrettai a scorrere pagine menù, ero preparato “Nudeln Gerichte.”

“Mit?” sorrise la donna.

“Con cosa?” dietro il menù Enrica a me rivolta.

“Non so.”

“Gebratene Nudeln mit Schweine –Fleisch” cominciò cantilena donna Enrica indicando più in basso, più in basso le voci del menù.

“Con maiale.

“Gebratene Nudeln mit Rind-Fleisch.”

“Con… credo sia manzo.”

“Mit Entel-Fleisch”

“Non so… pollo o anatra.” La signora a volte elencando gesticolava e ora sembrava proprio si trattasse di un’anatra..

“Und mit Hunde-Fleisch.”

“Mit?” fa Enrica.

“Dog! Dog!” rincara la signora aggiungendo “Ahuuu, Ahuuu!”

“Cane,” conclude Enrica distrattamente.

“Come?” dico io.

“Cane! Cane!” dice lei nella voce, un’ombra di stizza.

“Beh… credo opterò… Gebratene Nudeln mit rind-Fleish,” infine spingendo apertamente le parole verso il volto della donna, Antica Asia.

Fu poi silenzio, musica soffusa techno metropolitana; due dita di spavento il nasino di Enrica tremava al rumore duro e pesante della carne congelata sbattuta, spaccata, dal microonde in un pentolino fritta umida pasta dietro il muro di carta, gesso o compensato che gli stava dinanzi.

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