Le fessure aperte


Laddove ci si perde
Là, dove ci si perde

1994, 98, 2000… tre anni brevi come il contenuto di una bottiglia di vino e la sorte delle mie parole… un giro secco di vite dagli esiti incerti… Oggi i segni del destino si sono accatastati: ascoltare canzoni per ricordare davanti a una ragazza di quando avevi la sua dolce età, scrivere del tempo, delle donne, del vino, delle cose importanti per dire di ciò che non hai saputo fare.

Il mondo è vuoto e acerbo: mi manchi tanto Euridice… sei morta cento volte davanti a me… 

Nel greto della nostra intimità a volte le parole si prosciugano” (Subsonica)

Il tracciato dell’esistenza corre e si confonde con la figura enigmatica di Lorena, una donna scomparsa dieci anni fa in un borgo a sud di P. Avrei dovuto intervistare la famiglia per un servizio sul giornale, ma non m’andava di curiosare nel dolore. Alla fine telefonai al convivente sperando in un colloquio che mi fu negato. Vagai per giorni cercando un contesto.

San Martino è un paese come tanti, sviluppatosi su una strada principale con case basse, palazzine e negozi. La via finisce in una rotonda tra centri commerciali, rampe della tangenziale, distributori di benzina e propaggini di città. Oltre le case, verso occidente, si estendono i capannoni delle concessionarie d’auto e la statale. Sull’altro lato s’incontrano ville e giardini, uno stagno, i pioppi e le risaie. L’argine ovunque scongiura il rischio delle alluvioni.

Ciò che rimane sono solo i sogni e i nostri guai” (Paolo Martella)

Tre anni prima avevo camminato accanto al greto invisibile, sopra il quale l’acqua scorreva in vortici e mulinelli fangosi trascinando con sé tronchi, rami e cadaveri di animali. In primavera pioveva per giorni e il Ticino s’ingrossava fino a far temere un’inondazione.

Ero intenzionato a scendere sul fondo durante una di quella notti in cui la superficie crespa delle tenebre inquieta coloro che le vivono accanto. Nessuno mi avrebbe più trovato nel rosso torbido e antico dell’oblio. Dopo settimane, tra gli smeraldi del Polesine o in un’ansa sperduta lombarda, un altro essere, enfio e satollo, sarebbe affiorato dal liquame padano, sangue del nostro sangue, carne della nostra carne, cosparso di alghe e lita come leviatan…

Passo dopo passo mi avvicinavo al luogo che avevo scelto per la discesa. Attraversavo la campagna su una strada cosparsa di pozzanghere e buio. Le streghe sfrecciavano sui pensieri erranti con fischi e scarti improvvisi come palloncini bucati nell’aria. Rallentai quando dentro di me fu chiaro che non ce l’avrei fatta, perché morte e fantasia raramente camminano insieme. A volte lo fanno, sì, ma solo per ricordare quella bella vita che entrambe pensano di avere posseduto, sebbene gli sia sempre sfuggita tra le mani.

Da quella notte mi è rimasta appiccicata la sensazione d’immobilità che accompagna il mio cammino involontario verso l’autodistruzione.

La vita che conduco non calza. L’azione mi soffoca, mi lascia lì ad osservare il gorgo senza mai avere la forza di gettarmi dentro. E bevo questo buon vino, bruno e denso, invecchiato in maniera sapiente, come la mia anima non ha saputo fare.

Doveva sentirsi così Lorena quando se n’è andata. Non voglio dire che si sia ammazzata, solo che ha cercato una vita altrove… attraversando San Martino, in auto in bicicletta a piedi, avevo la sensazione di niente: è difficile da spiegare a chi se ne sta nel bar a giocare a carte, ma non sono cose che si dicono a parole; sono groppi in gola, ubriacature, pianti e botte… 

 

1994

Olé tengo il ritmo prendo un caffé…” (Luca Carboni)

Le ruote battevano con stridore sui binari. Tutto pareva identico passando velocemente. Era meraviglioso sentire il vento scorrere sulla lamiera della carrozza e insinuarsi attraverso le fessure aperte nel corridoio.

La mia valigia era la mia branda: stavo disteso in meno di un metro di finta pelle, raggomitolato tra una sigaretta e l’altra. Notte in bianco aspettando l’alba con un egiziano che aveva fondato una piccola compagnia area al Cairo, due apparecchi e una moglie di Zurigo; le marlboro rosse e le mie diana di Neuchatel.

Helena era lontana dai miei pensieri. Avevo negli occhi il riflesso di un uomo con i baffi invecchiato dietro agli affari, e le ombre sottili delle sigarette.

Le avevo detto che avevo smesso di fumare, ma non potevo mollare così…

Avevo cominciato con grande fatica un paio di anni prima: cose al mentolo, dunhill moritz, poi le camel, e non riuscivo a fare altrimenti, allontanandomi da lei con un leggero velo di pianto, che pescare furtivamente da un pacchetto morbido di sopiane un desiderio bianco di volute azzurrine.

Nella stazione di Sopron compravo una stecca di sigarette e l’infilavo tra le maglie sporche e le mutande. Viaggiavo così più sicuro sulla via del ritorno, guardando fuori dal finestrino l’erba alta, i fagiani, i cerbiatti, la campagna ungherese che diventava Austria.

Mi hanno detto che c’è ancora quel treno che attraversa la notte e le Alpi, sospeso tra Vienna e Milano. Chissà se come allora la luce fredda dell’alba bagna le tende polverose cancellando l’intimità delle tenebre. Di quei viaggi mi restano nel cuore i risvegli assonnati, le attese vitree davanti ai boschi di conifere e il profumo colpevole di baci illeciti, a sud di Wiener Neustadt.

 

1998

Perché chi s’innamora non deve dirlo a nessuno” (Max Gazzé) 

Le stanze del Castello erano grandi e vuote. I nostri corpi attraversavano gli spazi senza fare rumore e si sorprendevano nel silenzio vicendevolmente. La luce filtrava attraverso le ogive alte, schermate dal sole per proteggere i reperti medievali. Nelle antiche sale erano raccolti i resti della città longobarda. Ci muovevamo in una reggia, sul ciglio del grande parco spezzato dei Visconti.

Avevamo iniziato a lavorare insieme per la cooperativa che si occupava delle custodie del museo civico. Svolgevamo il nostro servizio il sabato.

Monica stava preparando un esame di letteratura. Da parte mia, avevo tutto il tempo di spiarla mentre si distraeva scrivendo poesie e pagine di diario. Non c’erano mai visitatori e perciò ci sentivamo autorizzati a sfuggire spesso al nostro dovere di osservare gli oggetti in mostra, solitari e isolati nel freddo di una sala. Trascorrevamo il tempo a fantasticare su passaggi segreti, aperture nei muri e vie di fuga insospettabili verso un futuro immateriale. Masticando un panino ammiravamo la corte rinascimentale danzare in abiti da cerimonia nella luce antimeridiana. Verso sera, in un paio d’occasioni, scorgemmo gli spiriti degli amanti scivolare oltre le soglie buie delle camere al piano superiore. In quei giorni scoprii un differente paradiso di libri, musiche e sillabe d’amore.

La sera tornavo a casa, cenavo e aspettavo il sabato successivo per rivederla.

Dopo qualche settimana non fui più chiamato al museo.

Continuai per la mia strada di lavori saltuari, parole buttate al vento e tradimenti. Quell’inverno mi persi nella nebbia con il suono del suo respiro elettrico sulla pelle. Quando la rividi i baci, i corpi intrecciati e la solitudine della leggerezza… per poi tornare nel vuoto come due voci gracchianti sul filo interrotto dalla tempesta.

 

2000

Ho pensato al suono del suo nome” (Max Gazzé)

La Uno beige era leggera come una piuma sull’asfalto tiepido di marzo. Ame era arrivata alla stazione di N. verso le due. L’aspettai e partimmo per una gita breve sulle colline.

Non avevamo nessuna destinazione: quando c’era un po’ di tempo per stare insieme, prendevamo la macchina e gironzolavamo sulle strade secondarie, fermandoci a volte in un posto tranquillo per giocare.

I miei pomeriggi di solito erano liberi. Quando mi telefonava smettevo di scrivere e la raggiungevo.

Arrivava da Milano con il primo treno su cui riusciva a salire dopo essersi svegliata. Prima che mi raggiungesse attraverso il marciapiede le andavo incontro e l’abbracciavo. La pelle del suo viso era morbida come seta mista a cashmire. Le sue maglie erano acriliche e scivolavano con grazia sui muscoli a riposo.

Viaggiando ci spiavamo tranquilli. L’aria della primavera scorreva oltre i finestrini e penetrava nell’abitacolo attraverso le prese di ventilazione. Lo sguardo bruno di Ame andava verso un mondo lontano di sogno, mentre il suo capo scivolava sulla mia spalla. Con una mano si reggeva al mio braccio che si alzava e scendeva tra il cambio e il volante.

Svoltando tra campi intorpiditi dal lungo inverno immaginavamo un posto in cui immergerci d’un fiato, solo noi.

A Barbello, su una strada senza uscita, incocciammo in un parchetto brullo, un campo di basket, uno scivolo e un’altalena. Ci sedemmo sullo schienale di una panchina a mangiare focaccia. Ame non riusciva a stare ferma. Ci rubavamo il boccone scherzando.

Giocammo a basket con un sacchetto di carta appallottolato, noi due nell’universo come un fulmine a ciel sereno.

Aspettami oppure dimenticami” (Tiromancino)

Quella stessa notte, prima di andare al lavoro, l’andai a cercare tra i platani di Viale Ferrucci. Lo sapevo che non avrei dovuto farlo, che avrei dovuto attraversare le tenebre senza voltarmi. “Non voltarti mai! Per nessun motivo!”; ma affogavo nell’angoscia… E se non fosse stata lei… e se non lo fosse stata un giorno ancora?…

I suoi occhi bruciarono bianchi nella notte, oltre i fari delle automobili. Scorsi la sua sagoma tra gli alberi sul ciglio della strada. Era sottile come un’ombra che cerchi riparo dalla luce prima d’essere disintegrata.

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