Una corsa



L’uomo correva lungo la strada che costeggia il bosco.
Tornando verso casa, decise di cambiare giro e di imboccare un sentiero mai intrapreso prima di allora. Si ricordava di avere intravisto all’andata un buco più ampio fra le robinie cadenzate, proprio dopo la curva che si accingeva ad affrontare.
Si ricordava anche… di una merda – se umana o di cane non lo aveva capito – distesa poco più avanti addormentata da poco sul lato della strada dove stava ora scorrendo.
Hop!
Appena in tempo scampato pericolo e un odore insostenibile di fogna gli riempì il naso. Anche quello rimasto, in sospensione dall’andata. Puzzo di canale, canale di quartiere, il fiume, e il sentiero in breve salire; sinistra…

Un ringhio, un respiro montò e le gambe più leste del tronco. Col cuore ovunque si voltò. Di scatto ma nulla si mosse. Nemmeno una foglia.
Eppure…
Si sentiva seguito.
Un cane forse.
Lo ricordava!
Ricordava di avere visto qualcosa venendo. Qualcosa di nero, di anomalo. Non si intonava con l’ambiente. Sì, perché gli uomini si fanno delle idee sugli ambienti, come su tutte le cose, e così deve essere. Non c’è niente al di fuori di quell’idea. Punto e basta. Quell’uomo si era fatto un’idea di quell’ambiente e lì, sotto il suo naso non ci potevano essere macchie nere che si muovessero. Merde: sì. Fogne: sì. Il fiume, già, no; ma si sapeva, dalle voci, dalla geografia, c’era. Macchie nere che si muovano: assolutamente no!

Dentro! Non ti fermare!
Al sentiero a fianco.
Tranquillo fino a uno spiazzo, una macchina, appartata utilitaria, moderna. All’interno. Non volle guardare.
Non si poteva fermare. I piedi calpestavano erba, le scarpe affondavano, in alternanza sparivano.
Correva, fiancheggiava. Un fosso grande e vuoto. Aveva smarrito il sentiero fuggendo. Non poteva tornare indietro. Correva un rischio troppo grande. Quelli chissà cosa…
Arrancava, incespicava all’inizio presto in assesto andatura blanda alternata a frequenti torsioni, del busto ancora preoccupato di un linciaggio ormai improbabile e lontano.
Subito si irrigidì nella posizione abituale alla vista di.
Niente di.
Ma assieme al resto.
Niente.
Niente. Vide un vecchio, barboso di spalle lercio (o almeno gli era sembrato di vederlo).
Si stava masturbando. Questo gli era parso, ma ormai non avrebbe più potuto sincerarsene.
E nemmeno avrebbe voluto.
Stravolto – affaticato impaurito – si era tuffato a pie’ pari in un campo tagliando l’attimo che ancora si adagiava sulla coda dell’occhio destro.

Ora, per la prima volta, lambiva un filare di pioppi, dietro il quale un altro filare si celava, e un altro e un altro, e altri ancora. L’uomo camminando li osservava, cercava di contarli. La pace dell’enumerazione proruppe in un fischiettio ma durò poco: due passi e tutto si chiuse.
Il bosco che non era un bosco aveva chiuso i battenti prima che l’uomo mostrasse il desiderio di penetrarlo. Allora l’uomo si fermò.
Sotto di lui un campo di riso improvviso abbandonato alla paglia d’autunno lo avvolse. Innumerevoli fili lo circondarono. L’uomo ci camminò dentro. Camminò fino a un albero.
Di fronte a lui un albero. Solo in mezzo al campo. Lo guardò rosso fiammante. Sputò e dallo sputo sorse un alto argine. Di fango e di rovi. Insormontabile.
La testa pesava. Il cielo era carico di migliaia di occhi gracchianti alzatisi in volo da chissà dove. Silenziosi.
Il cielo era carico di silenzi.
Si avvicinavano i rovi. Dietro, presenze volatili sbalzavano nell’aria a singhiozzo tra sogni selvaggi finché, ai piedi del muro fango sbirciando l’ultima s’involò.
Scartò.

Senza più nulla da portare con sé, l’uomo si diresse verso un pioppeto.
Di nuovo.
Lento.
In mezzo una strada erbosa. Fra rette di legno parallele atterrò; riprese la sua corsa sempre più stanco, sempre più lento. Vicino alla fine ma.
Dietro.
Ansimava.
Dietro.
Forbici lo accompagnavano.
Ansimava.
Tremava.
Ansimava. Non poteva voltarsi, ascoltava il suo. In affanno gli alberi, le loro chiome, sfoltite, bruciavano. Foglie scricc. Scricc. Scricc, vede la fine, scricc cric cric crac cric crac crac frrrrr
Frrrrrrrrrr
Vedeva la fine. La strada. La solita. Poi il bosco.
L’uomo stava per sfondare sulla strada. I piedi si impigliarono in un filo quasi invisibile nell’aria di ferro e saltarono.
Caddero, si voltarono, ripartirono.
La bestia girando su se stesso non vide. Tranquillo si portò su un sentiero battuto, entrò sbucò da un bosco, lo stesso che aveva tirato fuori dal nugolo cittadino.
Già da un pezzo aveva rallentato il passo e nel silenzio dei campi guardava alla salita secca, breve che l’attendeva. Al di là la periferia tumorale, la capitale con più ansia.
La testa, il tronco, le braccia sulle gambe. Fiato corto.
Alle spalle nulla. Solo un ritmo. Sempre più forte vicino lontano, più vicino più lontano. Da una cima all’altra, da un capo all’altro. Del mondo. Selvaggio. Verso sssssssst ssst ssst
sssssssssst ssst ssst
Di fronte a lui la città e i tir chiamavano.
Uno sguardo alla fosforescenza emanata dal culmine della salita sul suo; i rumori.
Poi si voltò.
Immediato un buio ruggito travolse alberi e bruma e lerce armi spente di ruggine denti taglienti lo fecero a pezzi.

Un singulto -ultimo- coprì il gracchiare dei corvi, che il giorno dopo scesero in città a raccontare questa storia.
Noi uomini li abbiamo addestrati. A raccontare menzogne, a fare i diavoli, a dire tutto come gli pare.

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