Una stanza


La pioggia cade silente. Tutto si contorna di essa. I coppi ne grondano. L’aria.

Il dominio è grigio. I tetti a scalare traspaiono dietro i vetri. La città millenaria sotto ribolle, fino ai sotterranei.

Il balcone lucido. L’immondizia bagnata. Dietro la finestra Luca. Un paio di metri più in là, alle sue spalle, Anna. Stesa su un letto sfatto. Vestita con le scarpe. Le scarpe delle ballerine del cancan. La schiena appoggiata al cuscino. Il cuscino appoggiato al muro. In una mano tiene un libro. Legge.

Mentre legge appunta. Fogli sparsi intorno a lei. Disordine. Sta lavorando. Su Dino Buzzati. Studia il deserto. La desolazione. La grande attesa. Occhi su parole. Qua e là saltano e cadono. Facendosi male. Piccole ecchimosi. Sopportabili distorsioni.

Anna e Luca sono separati dal mondo. Un vetro li separa dal mondo. Lo spessore del vetro è sottile. Scricchiola. Il rumore dell’acqua di corsa sulle grondaie. Le sue punte come lance battenti sui tetti. Il rumore lo incrina.

La velocità è assente. Il pensiero muove passi lenti. La stanza è scarna e inefficace. Una piccola libreria in formica. Pochi libri. Alcune scatole di scarpe, alcune vuote senza coperchio. Un letto. Bianco e rosso. Stropicciato. Un cestino di plastica. Una scrivania stretta. Un poster in penombra. Leonard Cohen. Pareti. Una porta. Battiscopa marrone. Una sedia. Marmiglia sul pavimento. Plichi di fotocopie.

Luca guarda fuori. Una figura immobile che mente. Mente nella posa e nel silenzio.

Chissà se mi sta guardando. Sono bello forse? Lei è bella. Non mi volto. L’amo. Non so se l’amo. Forse me ne vado. La scorsa notte è entrata in questa stanza con lui. Non m’importa. Non la voglio. Occhi alle sbarre. Se non fosse così non sarei qui.

C’è uno stallo. È domenica pomeriggio. Piove. Si fatica a respirare.

Luca si volta verso il letto. Anna lo guarda. Sorride.

Si era fermata a lungo sulle sue spalle. Pensava a tutto quel che c’era in giro puntando spilli e cartellini sulla schiena del ragazzo che le stava di fronte.

Se non ci fosse Renzo, non sarei contenta. Renzo mi tiene viva con le rose. Luca solo mi guarda. Luca sta alla finestra, di giorno e in silenzio; Renzo arriva di sera, fa il geloso e mi sbatte nel letto. Sono innamorata del suo cazzo e Luca nemmeno se lo immagina.  E’ un bambino ubriaco. Le cose gli stanno intorno. Anche lui è una cosa, come me. Non gioca. Non prende. Sta solo lì per stare. In un giorno così, senza fuoco. Noi chiusi dentro, nel nostro mondo di cose. Niente stride. Forse resto. Fra le sue braccia come per scherzo. Fumiamo le stesse sigarette. Mi fa piacere che stia nella stanza. Peccato, anche questa sera dovrò condurlo sulla porta. Lo costringerò. Lo bacerò spingendolo giù dalle scale. Quel che farà non mi riguarda. 

Nella stanza gli oggetti non si muovono. Fuori. Nel cielo. Sui tetti. I colori. Non cambiano.

Pioverà ancora per giorni. E’ sempre così a P.

Luca finalmente si stacca dal vetro.

Attraversa la stanza. La stanza è vuota.

Anna sul letto, tra i fogli, lo guarda. Lui siede accanto alle sue ginocchia.

“Scendo a comprare le sigarette.”

Lei è stanca. Tiene la schiena appoggiata al muro. Lo chiama con un cenno della mano. Luca scuote la testa, poi, lentamente, le si affloscia fra le braccia, la stringe, si baciano, si stendono.

Appiccicati per gli occhi.

Passano i minuti. I muscoli sfasati. Il giorno scatta. Il nero avanza.

Nessuna variazione. Luca affondato nell’incavo di Anna. Anna impigliata nei riccioli duri. Respira a fatica. Respirano a fatica. Le forme apprendono la staticità, mentre già fra i tessuti s’insinua il movimento.

Luca prende la giacca dal centro della stanza. Una giacca anni 80 di un completo anni 80 che gli ha passato suo cugino. Con la camicia di seta porpora si sente un po’ Dylan Dog. Scende. Di piano in piano per tre volte. Da un pianerottolo all’altro per sette. Fa scattare la porta. Di ferro e vetro. Salta sul marciapiede. Le macchine non luccicano. Leggermente riflettono.

Tutto è immobile. Tranne l’acqua, in movimento discendente. E il vapore, in ascesa dai tombini. Luca cala sulla strada. La pioggia aumenta. Le gocce si sformano.

Passi su Luca. Salgono da scale invisibili al riparo degli alberi e del pendio. Sfociano sulla via dirimpetto al palazzo dove Anna da qualche tempo tiene una stanza in affitto. Lei è lì che lo attende, stesa su un letto grande e sfatto. Nel loro mondo intatto, che stringe con occhi azzurri e grandi. I suoi capelli sono verdi. Trattiene il respiro, non muove un dito perché nessuno la scovi, per evitare – un’ora ancora – i legacci che l’imprigionano.

Mentre s’incammina verso il fiume sente i passi veloci e pesanti avvicinarsi. Vede davanti a sé la distesa d’acqua che aggredisce il ponte. Si volta, quando non può più farne a meno.

Il ferro. Il vetro. Il nero è su di lui mentre scivola sull’asfalto.

Dal cielo piovono lumache.

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