“I Vicerè” di Federico De Roberto


F. DE ROBERTO, I Vicerè, Rizzoli, Milano, 1997.

Dunque è così che si legge un bel romanzo intenso, forte e tripartito? Il narratore insegue le vicende di una famiglia rapace della nobiltà siciliana attraverso gli anni del passaggio dal Regno borbonico al Regno d’Italia.

Il sangue e i pensieri di conquista e di abuso del potere domina i membri della famiglia Uzeda. Schiacciano tutto ciò che gli si pone davanti, sbeffeggiano gli altri come se fossero esseri a loro inferiori, ne sono davvero convinti e fanno di tutto per imporre la propria superiorità fino a giungere all’ultimo Uzeda del romanzo, Consalvo, che applica la propria intelligenza per ottenere il massimo vantaggio dall’inganno prodotto per mezzo della propria universale ambiguità. È una storia greve, in cui nessuno si muove senza avere un proprio tornaconto personale; e chi rimane fuori da questo fuoco incrociato d’invidie, non può essere che un pazzo posseduto dalle proprie monomanie fino a divenirne schiavo separato dal vero brutale contesto.

Questo romanzo è stato celebrato da molti critici come un capolavoro incompreso. È vero, si tratta di un’opera che affronta i personaggi attraverso un’introspezione psicologica volta a sottolineare le monomanie che li accompagnano per un tratto della storia. L’operazione è diretta e sicura, quasi scientifica, secondo la moda del tempo. Nello svolgersi delle vicende ci sono tuttavia dei buchi, delle sofferenze dovute alla vastità della materia, come il destino di Raimondo, spendaccione arrogante che svanisce divorato dalle pagine del romanzo assieme alla sua seconda moglie. Anche la prima moglie del principe Giacomo e la prima moglie del Barone Raimondo muoiono senza avere mai realmente vissuto nel libro, se non come vittime sacrificali prive di alcuna volontà di ribellione tra gli artigli dei falchi Uzeda.

Le riflessioni di De Roberto, affidate al monologo finale di Consalvo Uzeda, ultimo erede del casato, sono vere e accendono una luce al neon, fredda e diffusa, sui pensieri segreti dei cacciatori di gloria e di potere; insomma, di quelli come noi, che siamo stati addestrati a correre dietro al codino del coniglio finché avremo fiato, vista e fiuto per sopravvivere.

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