“Il mare non bagna Napoli” di Anna Maria Ortese


A.M. ORTESE, Il mare non bagna Napoli, Adelphi,  Milano, 2008

Il mare non bagna Napoli e nemmeno i nostri cuori assorti in isteriche reiterate proposizioni di noi stessi.

Questo libro mi è stato consigliato da Maja Lundgren, un’amica e collega svedese per avvicinarmi dall’Italia alla sua opera, che s’insinua come un fiore mediterraneo inteso, fragile e – se abbandonato al chiuso di una stanza – disperatamente maleodorante per  il magico veloce processo di corruzione.

La stessa putrefacente bellezza affiora dalle pagine di Anna Maria Ortese. La morte e l’ossessione di potere e d’eternità, che permeano la vita dei nati in questa nazione umana, indicano brevemente i passi di una donna nell’incanto impossibile della fatiscenza.

La cronaca del Silenzio della Ragione è straziante perché parla di ognuno di noi ambiziosi e impotenti, poveri delle nostre vanità. Le pagine raccontano delle piccole beghe degli scrittori partenopei, degli odi, delle cattiverie e delle esclusioni condotte attraverso le sale asfittiche della miopia intellettuale. Ogni atto dei giovani filantropi rampanti è ricondotto al breve e sciocco gioco che li condurrà ad essere tra i migliori e noti autori della generazione del dopoguerra. La poesia si respira altrove, tuttavia; nei meandri annegati dalla miseria dei bassi, nella disperazione nitida e vivace dei banchi dei pegni, lontano dalle poltrone annoiate che assistono ogni anno ai prestigiosi premi letterari: sempre i soliti, presto o tardi dimenticati.

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