Dagmara, Sesamo e io


 

Serenata di gennaio. Sotto la neve ghiacciata, sopra la neve ghiacciata. La luna fredda riflette la sua presenza. Gli spiriti dei morti non vagano. Riposano rigidi gli zigomi alti. Si arrossano le punture sotto zero sulle pupille.

Dagmara allumava i maschi come una donnola, che sbircia circospetta la strada prima di partire in un’unica frequenza ondulatoria con prole al seguito. Nel mio caso era stata sufficiente un’occhiata, in piedi, gettata dietro la spalla mentre si allontanava con le amiche e il fidanzato. Un’occhiata per farmi cadere dalla bicicletta.

“Hai visto come mi ha guardato quella?” dico a Sesamo.

“No.” Mi risponde.

Con Sesamo non si poteva parlare di ragazze. Era così. Lo sapevi già in partenza. Oppure eri tu che non sapevi parlare con lui di ragazze. Per il resto andava tutto bene. Nessun disturbo reciproco, nessuna precauzione nel parlare. Stesso soprannome, amicixia senza questioni.

“Pronto, ciao, sono il Sesamo: c’è l’altro Sesamo?”

“Sì, te lo chiamo.”

Nessuno faceva questione: era un nomignolo così, ce lo portavamo dalle scuole perché giocavamo ad Alì Babà. Entrambi con lo stesso nome, tanto che cosa importava: ce ne saremmo andati ben presto da lì e ci saremmo ripresi il nostro vero nome, uno lontano dall’altro. E se fossimo rimasti Sesamo per una voce o l’abitudine di un paesano con noi emigrato, lo saremmo stati senza l’altro omonimo forzato.

“Sesamooo, c’è Sesamo al telefono!”

Eravamo rimasti amici, nonostante lo stesso nome ci rendesse così distanti.

Ancora adesso mi chiedo che cosa ci legasse. In generale, ero uno spavaldo. Bevevo forte. Raccontavo balle. Parlavo troppo. Fumavo in faccia alle persone.

Ma non ero sempre così, e quando me ne stavo tranquillo potevo stare con uno come Sesamo. Camminate in montagna. Poco alcool. Studio e famiglia. Parole al minimo.

In qualche modo la storia di Dagmara mi ha legato per sempre a Sesamo.

E a Dagmara, ma non altrettanto.

Il fatto di Dagmara era avvenuto in periferia di Budapest, in una scuola allestita per accogliere frotte di italiani e di polacchi che avevano invaso la città per festeggiare il nuovo anno in un modo abbastanza cristiano. Per intenderci, si parla di storie che hanno più di vent’anni.

Dagmara era polacca e io, appunto, ero italiano.

Che cosa ci univa? Il papa credo. Nel senso che da piccolo avevo assimilato notizie confuse sul papa ferito, messo male, in ospedale, quel papa biondo slavato che era polacco con i suoi bei proiettili in corpo e aveva perdonato quello che gli aveva tirato, un turco dalla barba incolta, lupo grigio in combutta (neanche un anno dopo disse) coi bulgari, che poi dalle nostre parti per un pezzo i bulgari per antonomasia erano dei tizi vestiti da circo che giocavano a fare la piramide, riuscendoci proprio male: roba da gag della tv privata. Quel turco aveva una faccia… una faccia che mi sembrava proprio famigliare… era uno di casa e mi stava simpatico: ci credo che il papa l’aveva perdonato.

E poi ci univa Solidarnosc e la faccia rubiconda di Lech Walesa, che poco dopo l’attentato andava alla tele ogni tre per due. Non c’entrava niente con quella faccenda, ma per me che ero un bimbo c’entrava eccome. Annunciato con pacatezza da Mario Pastore, avanzava deciso tra gli operai scioperanti o gridava al megafono sollevato dalle folle. Era stata un’apoteosi: la mano di un invasato armata dai comunisti e la rivolta cattolica contro il Generale Jaruzelski. All’unisono, il Male e il Bene si rivelarono chiaramente, come nella Storia Infinita o in Guerre Stellari. Si preparavano grandi cose per noi cristiani, e io ero solo alle Elementari.

Più tardi capii che non era da me chiudermi alle spalle lo sportello e guidare la gru, ma questa è ancora un’altra storia. Vi dico solo che ad aspettare Lech dietro il cameraman, in Pomerania, c’era quell’armadio di Helmuth Kohl, ricoperto di una tovaglia bianca e nera con al centro ricamata una cravatta, simbolo concreto della futura Germania. La Germania… roba che a quei tempi tirava… eh sì, tirava…

Questo fatto dell’Europa unita, non so da dove saltasse fuori ma era da un po’ che girava nell’aria e ci aveva montato la testa. Alle Medie capitava che ci facessimo sopra anche dei temi. Erano grandi pensieri, per noi che fingevamo di ridere con il pubblico del Drive In, pur di trangugiare le scollature delle cameriere e ricercare poi i pezzi migliori su Blitz e Gin Fizz di contrabbando.

Poi, all’improvviso, Terza Liceo, giù il muro, via tutti. Noi ragazzi di provincia eravamo andati fuori. Del tutto. L’aereo non era ancora conveniente, ma chi ci fermava più? InterRail, corriere, pulmini e utilitarie. Sfilavamo per le strade, salivamo sui treni, ci accampavamo dove si poteva, negli autogrill o sotto un ponte con i pubi in fiamme. Ci buttavamo dappertutto a annusare e Giovanni Paolo ci dava la sua benedizione.

Avevamo aperto la pista. Dietro di noi Occidente e Oriente. Le tribù s’incontravano. Nell’Europa del Tardo Neolitico.

Detto questo, con Dagmara non ci fu nemmeno bisogno di parlare. Ci provammo a brevi tratti nell’attimo in cui i nostri corpi tra gli altri si tentarono. Mi avevano attirato di lei la grazia, l’asciuttezza delle membra e l’attaccatura dei capelli, che le incorniciava il viso disegnando un triangolo al centro della fronte e nascondendo le orecchie. Aveva una straordinaria somiglianza con Maya di Spazio 1999, una mutamorfa per la quale dieci anni prima avevo perduto la testa al punto da mettermi in competizione con Toni Verdeschi, il Vicecomandante della Base Alpha.

Non era semplice cercarci. Anche lì c’era un Verdeschi geloso che teneva la piccola Dagmara legata, ma lei era furba, mutevole e svelta come la bella aliena.

Tra di noi un’indagatrice somiglianza?

Nonostante in lei mi rispecchiassi, il mio inglese cadeva fesso davanti alla ragazza, che aveva studiato russo e tedesco. A gesti e con una parola – Morgen – ci demmo appuntamento dove ci trovammo, il mattino seguente come per un miracolo del desiderio. Non avevo idea allora del significato di “Morgen”, una parola buttata lì, nel fuoco di tiro dei nostri sguardi. Suppongo però che mi avesse indicato un’ora con le sue dita fragili. E se non fosse stato il mattino del giorno dopo, certamente sarei tornato alla stessa ora la sera.

Il mio cuore morirà con il mio corpo? Mi seguiranno i ricordi delle persone che hanno incrociato questa mia vita? Se così non fosse…

Quella sera Sesamo e io andammo a cena sul piazzale innevato, in città, sperando di trovare qualcuno di quelli che avevano viaggiato in pullman con noi alla volta di Budapest. O forse sperando di non trovare nessuno.

Il ghiaccio era dappertutto. La capitale dell’Ungheria era un vasto iceberg galleggiante sul continente europeo rappacificato. Lo spirito di Mattia Corvino soffiava dalla collina di Buda e salutava con gelo rinascimentale il ritorno dei fratelli d’Italia.

In quel piazzale bianco, tra i fuochi accesi nei barili di ferro, eravamo tutti delle puttane al servizio di qualche emerito cardinale.

Ci mettemmo in fila per il rancio.

Ci diedero una pagnotta e una scatola di carne e fagioli marchiata US Military che si autoriscaldava.

Era roba buona da mangiare? Diciamo che si lasciava mangiare.

Ci trovammo un posto per mangiare. In piedi in mezzo a una spianata un posto valeva l’altro.

Mentre intingevo il pane pensavo a Ludovico Ariosto che bestemmiava davanti a un camino freddo nel cuore dell’inverno ungherese.

Avevamo fame e la sorpresa di trovarci del cibo caldo tra i denti, uscito per magia da una scatola fredda, ci fece chiacchierare.

Lo spiazzo illuminato era una landa ghiacciata. Camminando si scivolava. Meglio stare fermi con il cibo fumante tra le mani. Era un po’ come i nostri fagioli con la cotenna. Pensavo fossero così anche i fagioli che si mangiavano Clint Eastwood, Terence Hill, Giuliano Gemma e Bud Spencer. Quando ero bambino si mangiavano sempre tanti fagioli in televisione. L’immagine di una padella fumante di fagioli è entrata a tal punto nella mia vita che le scatole di fagioli sono diventate la mia consolazione, quassù nella solitudine da cui vi racconto.

“Buono”.

“Sì, buono”. Rispose Sesamo masticando.

“Avevo fame”.

“Mhm…”.

“Non so come facciano i torpedoni a muoversi sul ghiaccio…”.

“Eh?”.

“No , dico: non capisco come fanno i pullman ad andare su questi banchi di ghiaccio… Noi ci scivoliamo anche solo con le scarpe!”.

“Beh, intanto tu hai il cuoio sotto le scarpe… e poi ci saranno abituati”.

“Sì, ma non hanno neanche le catene”.

“Gomme da neve?”.

“Mi sembrano gomme normali…”

“Ma tu le sai riconoscere le gomme da neve?”.

“No,” dovetti ammettere.

Sesamo andava da poco in macchina. Era il primo ad avere fatto la patente. E se l’era cavata senza spendere i soldi della scuola guida. Andava su e giù per le vie meno frequentate della periferia di N. sotto lo sguardo fiducioso di suo padre. Aveva una splendida Alfa Sud beige. Assetto rigido. Quando partivamo per la provincia sapevamo dove parare: un bel giro in macchina, birra, patatine e poi di nuovo in macchina. Niente distrazioni, nessuna conoscenza: sgommate, cazzate, ghignate, freno a mano, testacoda, fuori strada, tutti a casa.

In fatto di macchine Sesamo la sapeva più lunga di tutti noi. L’Alfa Sud era l’unico mezzo di casa sua. Fino ad allora l’aveva guidata solo il padre. Un gioiellino di meccanica italiana in perfette condizioni. D’inverno si cambiavano le gomme: quelle da neve servivano perché erano una famiglia di alpinisti sciatori. Tutto come si deve, finché Sesamo non iniziò a darci dentro con l’acceleratore.

Le nostre corse finirono quando, una sera, ci perdemmo alla ricerca di un locale dal nome assurdo come tutti i locali notturni della provincia. Il Pink Devil. Si diceva che si suonava, c’era da bere una buona birra e le ragazze lì si lasciavano avvicinare, a differenza degli altri angoli perlustrati negli ultimi sabati vagabondi, dove le donne erano allergiche alle facce pane e latte come le nostre.

Doveva essere proprio un posto speciale, il Pink Devil, avvolto nelle nebbie arcaiche della risaia come il Castello di Morgana. Ci perdemmo in mille bave di strade. Più si avvicinava la mezzanotte, più Sesamo friggeva mettendo alla prova la sua mimetica alfa. Avanti e indietro.

“Ho visto un cartello”.

“Gira a destra”.

“Io dico a sinistra”.

“Ma se mi hanno detto che è a Gagliengo”.

“Magari sulla strada per Fara”.

Avanti e indietro. Tra l’indecisione generale, Sesamo spazientito gasa e decide di saltare la sosta in birreria per chiudere la serata tutti in macchina. Un’automezzo monacale. Niente fronzoli, niente radio. Solo il motore rombante dietro il cruscotto. Alla fine ci prendiamo tutti gusto. Sesamo non molla l’acceleratore a uno stop e tira dritto, convinto che nel buio nebbioso continui la strada.

Fu un attimo e prendemmo il volo. Nemmeno il tempo di dire attento allo stop. Oltre la statale si apriva uno stradino di campagna tra i fossi, sul quale planammo con il fiato in gola fino ad atterrare in una larga pozzanghera, dove il motore si spense fumando dopo la fatica. Riprendemmo tutti la voce insultando Sesamo, che ci guardò sorridendo e portandosi un dito sulle labbra ci chiese silenzio.

Si concentrò sull’alfa. Avvicinò il volto al volante. Girò cautamente la chiave nel cruscotto. Una, due e alla terza prova ripartì. Il silenzio era stato elettrico e aveva rassicurato il motore nel portare a termine la sua missione. Sesamo mise la retro e nessuno ebbe più nulla da dire.

Tornammo a casa senza sapore di birra sulle labbra e assonnati come se avessimo dovuto faticare per vivere tutta la settimana. Cosa che per degli studenti della Pianura Padana non sussisteva. Ma la paura, si sa, stanca…

Parlando avevamo consumato il piatto prelibato di origine americana. Bello fresco senza data di scadenza, era stata una leccornia davvero inattesa. Pulimmo con i fazzoletti i cucchiai. Li ritirammo in una tasca del giubbotto. Vagammo tra i bidoni ardenti in cerca della spazzatura.

Era una storia che non ci apparteneva o era una storia che ci apparteneva completamente? Sesamo si asteneva dal commentare. Giravo lo sguardo rapidamente da un lato all’altro della mia visuale sperando di scorgere Dagmara. I suoi occhi mi avevano gelato il cuore. Il gelo non mi lasciava stare. Personalmente avevo aggravato la situazione fumando sigarette svizzere al mentolo – roba da ghiacciaio – che m’intirizzivano i bronchi sotto i panni di flanella e il giubbotto imbottito.

Zigzagando tra i fuochi, scivolando oltre il tendone degli oranti, non vedevo l’ora di arrivare a casa, nella casa della famiglia ungherese che ci aveva accolti in quel Capodanno di pace e bagordi.

Avevo voglia di divertirmi. Vedevo tanta gente intorno a me, belle ragazze e tipi simpatici; molti erano di quella che allora chiamavamo Europa dell’Est, gente semplice uscita da un passato personale severo, assottigliata fino all’essenza e giovane per la libertà.

Proprio in quegli anni, tra il 1991 e il 1995, si formò la mia coscienza di cittadino europeo.

Sesamo, da quel 1991, cominciò a girare come me, secondo un percorso differente che si incrociò con il mio durante un viaggio da fame verso il Nord Ovest dell’Unione. Percorremmo le strade del Lussemburgo, del Belgio e dell’Olanda fino ad arrivare ad Aquisgrana, sulla tomba di Carlo Magno, un altro mio pallino simbolico verso il quale avevo trascinato tre amici; ma questa è un’altra storia.

L’Europa. Sono passato spesso da queste riflessioni e il mio consiglio è stato di non andarmene mai. Seppur non l’ho potuto rispettare, ho vissuto in diversi punti di questo spazio mentale, che si è andato allargando nella realtà politica senza avere raggiunto la completezza di un’idea.

Ho conosciuto gente stabile e in movimento, e per quel poco che per noi è eterno ho vissuto accanto a loro.

Alla fine dell’anno 1991, a Buda, la notte ghiacciava. Voci giovani intercalavano idiomi mescolando gli sguardi, i gesti e il traballante inglese di tutti. Dopo il fallimento dell’URSS nel mondo del consumo era un tripudio di feste e di cristianità. I pauperisti s’incontravano con i discotecari. Il gruppo del Frère Roger era tra quelli che più ci stava dentro. A Taizé si batteva la stecca e si lavorava per gli altri; e poi c’era il divertimento oltre il tempo e lo spazio, una vasta tendopoli in amore e in preghiera.

Intorno ai raduni di Taizé si raccoglievano giovani a frotte. Dicendo che andavano a spasso con i preti ottenevano di smarcarsi dal controllo familiare e dalla logica spietata del villaggio (belli e dannati, tristi e sposati).

Arrivavano nelle capitali d’Europa come farfalle sull’acqua del cemento attratte dai sali minerali, fottendosene di chi dall’alto – ammirato e cupido delle loro ali cangianti – le stava ad osservare.

Il giorno dopo Dagmara gironzolava nell’atrio della scuola come una bambina che si finge distratta attendendo qualcuno per lei importante, sebbene la campanella della fine dell’intervallo sia suonata già da qualche minuto e il maestro, accortosi della sua assenza, sarebbe uscito adirato dall’aula per cercarla.

A vederla così, una gamba a riposo sospesa sulla punta, le stavo stavo già mettendo il mio grembiule delle elementari. La blusa nera abbottonata sul davanti, i jeans, la coda e gli occhi furbi che si erano accorti della mia presenza richiamavano in lei lo spirito di una donnola.

Ero in ritardo. Nella casa dove eravamo ospitati ci stavano trattando alla grande. Ospiti italiani e ungheresi arricchivano il proprio bagaglio culturale pasteggiando fra sorrisi, fette di salame e ricotte speziate. Li avevo piantati lì dopo essermi lavato i denti. Avevo fatto una corsa – dai tre scalini della villetta all’ingresso della scuola tra sale e ghiaccio – per trovarmela davanti.

Si volse e mi squadrò come una delle eurojapan di Occhi di Gatto, e non so come avesse potuto farlo essendo cresciuta oltre la cortina. In un paio di anni si era educata così bene all’estetica del capitale? Mi sa che ero io a vedere in lei quello che il disegnatore giapponese aveva tratteggiato nella mia testa… Lamù e via dicendo… eppure ancora oggi il ricordo mi sembra talmente vero da essere inaccettabile come sogno indotto…

Nel corridoio tiepido eravamo un po’ come in un film muto. Le smorfie delle emozioni. Gli ammiccamenti e le pose in colloquio. I fotogrammi della realtà scorrevano sulla sequenza dei neuroni specchianti, fino a definirsi nel buio di un pannello decorato da una greca in impercettibile trasformazione, che conteneva a tratti le stringhe di un dialogo.

“Dove sei stato? Ti stavo aspettando”.

“Non ho dormito tutta la notte pensando a questo momento, e alla fine sono arrivato in ritardo. Scusami”.

“Adesso però devo andare”.

“No, aspetta! Quando ci rivedremo?”.

“Questa sera. Nel piazzale”.

“Vorrei invitarti a cena”.

“Va bene”.

“Alle 8”.

“Alle 7”.

Avevo camminato per il tempo che mi separava dalla sera. Avevo percorso Buda strisciando i muri per evitare la neve e farmi venire la nausea con le sigarette al mentolo. Che idea idiota uscire a cena con una ragazza in questo posto dove tutti ti guardano come se fosse finita ieri la guerra e tu sei arrivato a fare il bello dal tuo rifugio antiatomico che ti ha mantenuto giovanile quasi inalterato.

Adesso, ripercorrendo gli anni, mi sembra di avere trascorso un lungo tempo a combattere con me stesso. Ho fatto di tutto per sconfiggere il pensiero comune italiano. Eppure ci ho vissuto e ne ho approfittato per crescere forte e ricco come sono stato. Avevo cominciato allora, a fare il ricco. E nemmeno lo sapevo. Il ricco romantico innamorato a prima vista con quattro lire in tasca, che per agevolare la situazione avevo cambiato in dollari dal primo bagarino di passaggio.

La vita mi avrebbe reso consapevole, a furia di capriole nei prati, caviglie storte e fucilate di sale grosso nel sedere.

Arrivai all’appuntamento un bel pezzo prima, diciamo verso le 6 e un quarto. Bighellonavo tra gli spazi innevati che velocemente si stavano gremendo di persone infreddolite in cerca di calore. Alle 7 la gente era molta e la piazza era grande. Gli scarponi calpestavano la neve rendendola candida. Era un fulgore di felicità, o di aspettative per essa. Mi è sempre sembrato imparziale slegare la felicità dall’attesa, l’Epifania dall’Avvento. Su questo punto non mi ha mai davvero convinto – voglio dire d’intuito – la filosofia di Leopardi. Per il resto nulla da eccepire, ma qui la questione non mi è mai stata chiara. I maggiori momenti di gioia sono al limite dell’esperienza, che vanifica il desiderio poiché determina delle sensazioni precise e misurabili. Tuttavia, non perché il desiderio è inappagato – e tale rimarrà – noi non siamo felici. La felicità è la tensione verso ciò che non conosciamo e di cui, in fondo, non vorremmo fare esperienza.

Dicevo, alle 7 la gente era molta e la piazza era grande. Anche noi camminavamo tra i molti. Sbirciando piccoli gruppi mi chiedevo come ci saremmo incontrati. Dopo un quarto d’ora che la cercavo, Dagmara mi venne incontro salutando le amiche. Sfuggimmo ai fari dei lampioni. Dall’alto aprivano coni di luce su di noi, come se intendessero segnalare la nostra presenza. Corpi estranei in viaggio. Troppo giovani per essere cancellati.

Entrammo nel fuoco d’ombra di una città scintillante e permalosa. Cenammo tra le fiamme al suono di un violino zingaro. Il cameriere era un genio del paradiso perduto.

Quella notte ha superato il tempo. E’ entrata nella dimensione ulteriore. Nel cuore dell’Europa vivente, oltre il recinto del cimitero in cui mi arrabatto. C’era un film, Dellamorte Dellamore, una fumettata che raccontava di un becchino e del suo aiutante in lotta contro i morti viventi e i vampiri che albergavano nel cimitero. Tra i cadaveri risorti lei appariva bellissima. E feroce. Lui era disincantato e l’amico non aveva più orrore. Arrivavano al dunque e al becchino non restava che scappare. Ma uscito da Buffalora fermò il suo maggiolino. Scese e mise le scarpe sull’orlo della voragine. A questo punto la scena si apre. Sospesa sul vuoto non rimane che Buffalora, come qualcosa che non c’è se non nella fantasia di chi la sta vivendo.

E se fossi a Buffalora? Combatto contro i morti viventi. Ma forse mi sono già suicidato. C’è una voragine tra me e il resto del mondo. Mi sono fissato su questa storia dell’Italia. Al punto da non uscire mai dalla mia stanza.

Chiuso nella sfera che mi riflette, ricordo. E lì con me Dagmara, nel centro baluginante del cristallo, annaspa. Sembra un altro romanzo. Due servi giunti dalle estreme province dell’Impero dopo lustri di viaggio, quando l’Impero era già scomparso entrarono in città. Si conobbero sulla porta deserta e s’innamorarono. Piombati in ritardo nell’eco maestosa e dorata del trambusto di una capitale, abbandonarono la missione per cui avevano fatto tanta strada. Di fronte a un cameriere impeccabile come un conte nei gesti e nelle parole, si stavano chiedendo dov’erano arrivati. Il meridionale offrì una cena alla tavola dei ricchi, prima di fuggire verso la periferia con l’ultimo treno innevato. La ragazza dell’Est allargava lo sguardo sulle tovaglie candide, sui lampadari di vetro soffiato, sulle posate d’argento e sui bicchieri in filigrana. I loro occhi luccicavano. Erano prigionieri di un abbaglio, mentre si abbracciavano e si baciavano, apparsi all’improvviso come fantasmi di gioventù nelle pupille di due anziani.

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